«Mi nasconda la notte e il dolce vento.» – Sandro Penna

Charles Warren Eaton, Chiaro di luna a Bruges, 1910

Charles Warren Eaton, Chiaro di luna a Bruges, 1910

 

Mi nasconda la notte e il dolce vento.
Da casa mia cacciato e a te venuto
mio romantico amico fiume lento.

Guardo il cielo e le nuvole e le luci
degli uomini laggiù così lontani
sempre da me. Ed io non so chi voglio
amare ormai se non il mio dolore.

La luna si nasconde e poi riappare
– lenta vicenda inutilmente mossa
sovra il mio capo stanco di guardare.

Sandro Penna

da “Poesie (1927-1938)”, in “Sandro Penna, Poesie”, Garzanti, 1989

Sandro Penna, Poesie, prose e diari, “I Meridiani” Mondadori, 2017

Sandro Penna, Poesie, “Gli elefanti” Garzanti, 1989

Notorietà – Wisława Szymborska

Jacek Yerka, Susan, 1984

Jacek Yerka, Susan, 1984

 

Eccoci qui distesi, nudi amanti,
belli per noi – ed è quanto basta –
solo di foglie di palpebre coperti,
sprofondati nella notte vasta.

Ma già sanno di noi, già sanno
queste spoglie pareti, queste tende,
ombre sagaci sulle sedie stanno,
e il tacere del tavolo è eloquente.

E sanno i bicchieri perché sul fondo
il tè avanzato si raffredda.
Swift ormai non può certo fare conto
che questa notte qualcuno lo legga.

E gli uccelli? Non illuderti per niente:
ieri li ho visti scrivere volando
con arroganza e apertamente
quel nome con cui ti sto chiamando.

E gli alberi? Qual è il significato
del loro incessante bisbigliare?
Dici: il vento forse ne è informato.
Ma di noi come ha potuto sapere?

Dalla finestra è entrata una falena,
e con le sue ali piccole e pelose
atterra e decolla di gran lena,
fruscia sul nostro capo senza posa.

Forse l’insetto meglio di noi è dotato
di vista acuta e vede più in là?
Io non ho intuito, né tu indovinato
che i cuori splendono nell’oscurità.

Wisława Szymborska

(Traduzione di Pietro Marchesani)

da “Appello allo yeti” (1957), Libri Scheiwiller, 2009 

Wislawa Szymborska, La gioia di scrivere. Tutte le poesie (1945 – 2009), Adelphi 

Wislawa Szymborska, Opere, “La nave Argo” Adelphi

***

Jawność

Oto my, nadzy kochankowie,
piękni dla siebie – a to dosyć –
odziani tylko w listki powiek
leżymy wśród głębokiej nocy.

Ale już wiedzą o nas, wiedzą
te cztery kąty, ten piec piąty,
domyślne cienie w krzesłach siedzą
i stół w milczeniu trwa znaczącym.

I wiedzą szklanki, czemu na dnie
herbata stygnie nie dopita.
Swift już nadziei nie ma żadnej,
nikt go tej nocy nie przeczyta.

A ptaki? Złudzeń nie miej wcale:
wczoraj ,widzialam, jak na niebie
pisały jawnie i zuchwale
to imię, którym wołam ciebie.

A drzewa? Powiedz mi co znaczy
ich szeptanina niestrudzona?
Mówtiisz: Wiatr chyba wiedzieć raczy.
A skąd się wiatr dowiedział o nas?

Wleciał przez okno nocny motyl
i kosmatymi skrzydełkami
toczy przyloty i odloty,
szumi uparcie ponad nami.

Może on widzi więcej od nas
bystrością owadziego wzroku?
Ja nie przeczułam, tyś nie odgadł,
że nasze serca świecą w mroku.

Wisława Szymborska

da “Wołanie do Yeti”, Wydawnictwo Literackie, 1957

Motel California – Andrea Galgano

Edward Hopper, Hotel Room, 1931

 

La chiara notte delle blue highways
ha suono di gomma
semiassi che annunciano i bui temporali
biglie di sapone e asciugamani pellegrini

la deriva degli stati
è metallo inabitabile
una targa che copia il Missouri
una banda di inverni inversi e saluti
la radio che spolvera il vento

il motel sulla Interstate
segue la tersura delle stelle-lupo
attende un amico di una notte senza sogni
la ragazza bionda con gli stivali bianchi
e le gambe nude
è un bacio in linea retta
e promessa di risveglio vaporato di luce nera
per un lavoro sporco

sussurrare la vita
come flettere il deserto
verso la città serpente
per abbandonare i nimbi sdraiati
e aspettare l’aurora regale del cuore coguaro
infilata nella lenza delle piogge
di sole debole
trasparire poi come cuore mogano
per reclinare il vago rosso
dei tramonti andati, della fatale benzina
della paura vacua del sonno
con un cappello fino ai denti
nel viso braccato e stanco
di tenerezze d’aria.

Andrea Galgano

da “Downtown”, Aracne editrice, 2015

Andrea Galgano, Downtown, Aracne editrice, 2015

Dal cassetto – Costantino Kavafis

Foto di Paolo Roversi

Paolo Roversi, Lucie de la Falaise, 1990

 

Volevo appenderla a un muro della stanza.

Ma l’umidità del cassetto l’ha guastata.

Non la metto in un quadro questa foto.

Dovevo conservarla con piú cura.

Queste le labbra, questo il viso –
ah, per un giorno solo, per un’ora
solo tornasse quel passato.

Non la metto in un quadro questa foto.

Mi fa soffrire vederla cosí guasta.

Del resto, se anche non fosse guasta,
che fastidio badare a non tradirmi –
una parola o il tono della voce –
se mai qualcuno mi chiedesse chi era.

Costantino Kavafis

(Traduzione di Nicola Crocetti )

da “Poesie erotiche”, Crocetti Editore, 1983

Costantino Kavafis, Poesie erotiche, “Lèkythos” Crocetti

***

Απʹ το συρτάρι

Εσκόπευα στης κάµαράς µου έναν τοίχο να την θέσω.

Αλλά την έβλαψεν η υγρασία του συρταριού.

Σε κάδρο δεν θα βάλω την φωτογραφία αυτή.

Έπρεπε πιο προσεκτικά να την φυλάξω.

Αυτά τα χείλη, αυτό το πρόσωπο –
α για µια µέρα µόνο, για µιαν ώρα
µόνο, να επέστρεφε το παρελθόν τους.

Σε κάδρο δεν θα βάλω την φωτογραφία αυτή.

Θα υποφέρω να την βλέπω έτσι βλαµµένη.

Άλλωστε, και βλαµµένη αν δεν ήταν,
θα µʹ ενοχλούσε να προσέχω µη τυχόν καµιά
λέξις, κανένας τόνος της φωνής προδώσει –
αν µε ρωτούσανε ποτέ γιʹ αυτήν.

Κωνσταντίνος Καβάφης

da “Κρυμμένα Ποιήματα 1877 -1923”, Ίκαρος, 1993

Liquidazione di saldi – Julio Cortàzar

Irving Penn, Girl Behind Wine Bottle

Irving Penn, Girl Behind Wine Bottle

 

Mi sento morire, in te, attraversato da spazi
che crescono, farfalle affamate che mi mangiano.
Chiudo gli occhi e mi tendo nella tua memoria, appena vivo,
con le labbra aperte dove risale il fiume della dimenticanza.
E tu, con delicate pinze di pazienza mi strappi
i denti, le ciglia, mi denudi
del trifoglio della voce, dell’ombra del desiderio,
vai aprendo in mio nome finestre allo spazio
e fori azzurri nel mio petto
da cui le estati fuggono lamentandosi.
Trasparente, affilato, intessuto d’aria
fluttuo nel dormiveglia, e ancora
dico il tuo nome e ti sveglio d’angoscia.
Però tu ti sforzi e mi dimentichi,
già sono appena la liquida bolla dell’aria
che ti riflette, che distruggerai
con un solo palpebrio.

Julio Cortàzar

(Traduzione di Gianni Toti)

da “Le ragioni della collera”, Edizioni Fahrenheit 451, 1995

***

Liquidación de saldos 

Me siento morir en ti, atravesado de espacios
que crecen, que me comen igual que mariposas hambrientas.
Cierro los ojos y esty tendido en tu memoria, apenas vivo,
con los abiertos labios donde remonta el río del olvido.
Y tú, con delicadas pinzas de paciencia me arrancas
los dientes, las pestañas, me desnudas
el trébol de la voz, la sombra del deseo,
vas abriendo en mi nombre ventanas al espacio
y agujeros azules en mi pecho
por donde los veranos huyen lamentándose.
Transparente, aguzado, entretejido de aire
floto en la duermevela, y todavía
digo tu nombre y te despierto acongojada.
Pero te esfuerzas y me olvidas,
yo soy apenas la burbuja
que te refleja, que destruirás
con sólo un parpadeo.

Julio Cortàzar

da “Salvo el crepúsculo”, Buenos Aires, Ed. Alfaguara, 1984

Julio Cortàzar, Salvo el crepúsculo,  Alfaguara

Julio Cortàzar, Salvo el crepúsculo, Lectorum Pubns Inc

Non so come – Mario Luzi

Emil Otto Hoppé, Seated Woman in Profile, 1928

Emil Otto Hoppé, Seated Woman in Profile, 1928

 

Nella nebbia di quella che tu fosti
dentro cieli improvvisi alta, friabile,
coronata di piogge, unta di lacrime,
risonante di echi, non so come…

Nel chiarore di quella che sei oggi,
o equanime, o discosta, non so come
le passioni desistono, precipita
il vento della mia vita in un turbine.

Mario Luzi

1941

da “Un brindisi”, Sansoni, Firenze, 1946

Mario Luzi, Un brindisi, Sansoni

Mario Luzi, Poesie, “I grandi libri” Garzanti

Ode titubante – Miklós Radnóti

Francesca Woodman, Untitled, 1979 - 1980

Francesca Woodman, Untitled, 1979 – 1980

 

Mi preparo da tanto per dirti
il misterioso sistema stellare del mio amore;
in una sola immagine forse o solo l’essenziale.
Ma sei brulicante e trabocchi in me come il mio essere,
e a volte così sicura, così eterna,
come nella pietra la chiocciola pietrificata.
Sopra la mia testa scorre la notte striata dalla luna
e frusciando caccia i piccoli sogni fugaci.
E non so ancora dirti
cosa significa per me, quando lavoro,
sentire il tuo sguardo protettivo sulla mia mano.
Non c’è paragone che valga. Mi viene in mente, ma lo butto via.
L’indomani comincio tutto da capo,
perché io valgo quanto la parola
nei miei versi, e questo mi agita
finché non restano di me che le ossa e qualche ciuffo di capelli.
Sei stanca, e anch’io sento che il giorno è stato lungo,
cos’altro posso dire? gli oggetti sul tavolo
ti guardano incantati, ti ammira mezza zolletta
di zucchero, e una goccia di miele cade e brilla
sulla tovaglia come una pallina d’oro,
il bicchiere dell’acqua vuoto suona da solo.
È felice perché vive con te. E forse avrò ancora tempo
per dirti com’è l’attesa di te.
Il buio cadente del sonno ogni tanto ti sfiora,
vola via, poi torna sulla tua fronte,
gli occhi assonnati mi mandano ancora un cenno di saluto,
i tuoi capelli si sciolgono, si spandono in fiamme
e ti addormenti. L’ombra delle lunghe ciglia batte.
La tua mano cade sul mio cuscino, ramo di betulla che addormenta,

ma anch’io dormo in te, non sei un altro mondo.
E sento fin qui mutare le tante
linee sottili e misteriose
nel tuo fresco palmo.

Miklós Radnóti

1943

(Traduzione di Edith Bruck)

da “Mi capirebbero le scimmie”, Donzelli Poesia, 2009

Miklós Radnóti, Mi capirebbero le scimmie, Donzelli

***

Tétova óda

Mióta készülök, hogy elmondjam neked
szerelmem rejtett csillagrendszerét;
egy képben csak talán, s csupán a lényeget.
De nyüzsgő s áradó vagy bennem, mint a lét,
és néha meg olyan, oly biztos és örök,
mint kőben a megkövesült csigaház.
A holdtól cirmos éj mozdul fejem fölött
s zizzenve röppenő kis álmokat vadász.
S még mindig nem tudom elmondani neked,
mit is jelent az nékem, hogyha dolgozom,
óvó tekinteted érzem kezem felett.
Hasonlat mit sem ér. Felötlik s eldobom.
És holnap az egészet újra kezdem,
mert annyit érek én, amennyit ér a szó
versemben s mert ez addig izgat engem,
míg csont marad belőlem s néhány hajcsomó.
Fáradt vagy s én is érzem, hosszú volt a nap, –
mit mondjak még? a tárgyak összenéznek
s téged dicsérnek, zeng egy fél cukordarab
az asztalon és csöppje hull a méznek
s mint színarany golyó ragyog a teritőn,
s magától csendül egy üres vizespohár.
Boldog, mert véled él. S talán lesz még időm,
hogy elmondjam milyen, mikor jöttödre vár.
Az álom hullongó sötétje meg-megérint,
elszáll, majd visszatér a homlokodra,
álmos szemed búcsúzva még felémint,
hajad kibomlik, szétterül lobogva,
s elalszol. Pillád hosszú árnya lebben.
Kezed párnámra hull, elalvó nyírfaág,

de benned alszom én is, nem vagyok más világ.
S idáig hallom én, hogy változik a sok
rejtelmes, vékony, bölcs vonal
                        hűs tenyeredben.

Miklós Radnóti

1943

da “Miklós Radnóti, Tajtékos ég: versek”, Révai, 1946