Ode titubante – Miklós Radnóti

Francesca Woodman, Untitled, 1979 - 1980

Francesca Woodman, Untitled, 1979 – 1980

 

Mi preparo da tanto per dirti
il misterioso sistema stellare del mio amore;
in una sola immagine forse o solo l’essenziale.
Ma sei brulicante e trabocchi in me come il mio essere,
e a volte così sicura, così eterna,
come nella pietra la chiocciola pietrificata.
Sopra la mia testa scorre la notte striata dalla luna
e frusciando caccia i piccoli sogni fugaci.
E non so ancora dirti
cosa significa per me, quando lavoro,
sentire il tuo sguardo protettivo sulla mia mano.
Non c’è paragone che valga. Mi viene in mente, ma lo butto via.
L’indomani comincio tutto da capo,
perché io valgo quanto la parola
nei miei versi, e questo mi agita
finché non restano di me che le ossa e qualche ciuffo di capelli.
Sei stanca, e anch’io sento che il giorno è stato lungo,
cos’altro posso dire? gli oggetti sul tavolo
ti guardano incantati, ti ammira mezza zolletta
di zucchero, e una goccia di miele cade e brilla
sulla tovaglia come una pallina d’oro,
il bicchiere dell’acqua vuoto suona da solo.
È felice perché vive con te. E forse avrò ancora tempo
per dirti com’è l’attesa di te.
Il buio cadente del sonno ogni tanto ti sfiora,
vola via, poi torna sulla tua fronte,
gli occhi assonnati mi mandano ancora un cenno di saluto,
i tuoi capelli si sciolgono, si spandono in fiamme
e ti addormenti. L’ombra delle lunghe ciglia batte.
La tua mano cade sul mio cuscino, ramo di betulla che addormenta,

ma anch’io dormo in te, non sei un altro mondo.
E sento fin qui mutare le tante
linee sottili e misteriose
nel tuo fresco palmo.

Miklós Radnóti

1943

(Traduzione di Edith Bruck)

da “Mi capirebbero le scimmie”, Donzelli Poesia, 2009

Miklós Radnóti, Mi capirebbero le scimmie, Donzelli

***

Tétova óda

Mióta készülök, hogy elmondjam neked
szerelmem rejtett csillagrendszerét;
egy képben csak talán, s csupán a lényeget.
De nyüzsgő s áradó vagy bennem, mint a lét,
és néha meg olyan, oly biztos és örök,
mint kőben a megkövesült csigaház.
A holdtól cirmos éj mozdul fejem fölött
s zizzenve röppenő kis álmokat vadász.
S még mindig nem tudom elmondani neked,
mit is jelent az nékem, hogyha dolgozom,
óvó tekinteted érzem kezem felett.
Hasonlat mit sem ér. Felötlik s eldobom.
És holnap az egészet újra kezdem,
mert annyit érek én, amennyit ér a szó
versemben s mert ez addig izgat engem,
míg csont marad belőlem s néhány hajcsomó.
Fáradt vagy s én is érzem, hosszú volt a nap, –
mit mondjak még? a tárgyak összenéznek
s téged dicsérnek, zeng egy fél cukordarab
az asztalon és csöppje hull a méznek
s mint színarany golyó ragyog a teritőn,
s magától csendül egy üres vizespohár.
Boldog, mert véled él. S talán lesz még időm,
hogy elmondjam milyen, mikor jöttödre vár.
Az álom hullongó sötétje meg-megérint,
elszáll, majd visszatér a homlokodra,
álmos szemed búcsúzva még felémint,
hajad kibomlik, szétterül lobogva,
s elalszol. Pillád hosszú árnya lebben.
Kezed párnámra hull, elalvó nyírfaág,

de benned alszom én is, nem vagyok más világ.
S idáig hallom én, hogy változik a sok
rejtelmes, vékony, bölcs vonal
                        hűs tenyeredben.

Miklós Radnóti

1943

da “Miklós Radnóti, Tajtékos ég: versek”, Révai, 1946 

Mia madre – Attila József

André Kertész, La lavandaia, 1928

 

Con due mani reggeva la tazza:
al calar della sera una domenica
in silenzio sorrise; si sedette
nella penombra un poco.

Si era portata in un casserolino
dalle Eccellenze, a casa, la sua cena;
ci siamo messi a letto, mi stupivo:
essi mangiano pentole piene.

Era mia madre, piccola, moriva presto:
le lavandaie muoiono presto;
le loro gambe si piegano per il gran peso,
la testa fa male dallo stirare.

È là il bucato, la loro montagna.
Ed è un giuoco di nuvole il vapore,
che calma i nervi: per cambiar aria,
c’è la soffitta per la lavandaia.

Vedo, si ferma col ferro da stiro;
il capitale ha infranto il suo fragile corpo;
sempre più esile divenne:
pensateci, proletari.

Lavare l’ha resa un po’ curva:
e non sapevo che era una donna giovane,
nel suo sogno portava un grembiule pulito,
e allora il postino la salutava.

Attila József

(Traduzione di Umberto Albini)

da “Attila József, Poesie”, Lerici editore, Milano, 1957

∗∗∗

Anyám

A bögrét két kezébe fogta,
úgy estefelé egy vasárnap
csöndesen elmosolyodott
s ült egy kicsit a félhomályban —

Kis lábaskában hazahozta
kegyelmesektől vacsoráját,
lefeküdtünk és eltűnődtem,
hogy ők egész fazékkal esznek —

Anyám volt, apró, korán meghalt,
mert a mosónők korán halnak,
a cipeléstől reszket lábuk
és fejük fáj a vasalástól —

S mert hegyvidéknek ott a szennyes!
Idegnyugtató felhőjáték
a gőz s levegőváltozásul
a mosónőnek ott a padlás —

Látom, megáll a vasalóval.
Törékeny termetét a tőke
megtörte, mindig keskenyebb lett —
gondoljátok meg, proletárok —

A mosástól kicsit meggörnyedt,
én nem tudtam, hogy ifjú asszony,
álmában tiszta kötényt hordott,
a postás olyankor köszönt néki.

Attila József

da “Összes művei: Versek 1929-1937; Zsengék töredékek rögtönzések”, Akademiai Kiadó, 1952, Volume 2

«Talpa antica porta peste» – Attila József

 

Talpa antica porta peste
il pensiero non pensato,
ficca il muso nel mangiare
e da un uomo a un altro corre.
Per sua colpa non sa l’ubriaco,
mentre in vino strozza il tedio,
di sorbire la minestra
vuota, ai poveri atterriti.

E perché dalle nazioni
giusta linfa non spreme lo spirito,
una nuova infamia accampa
gli uni contro gli altri i popoli.
Gracchia a stormi l’oppressione, cala
come su carogne, ai cuori;
e sul globo la miseria
cola come a ebete bava.

Fitte all’ago del bisogno
le ali delle estati pendono.
Come insetti su chi dorme,
sulle anime le macchine
brulicano. In profondo,
gratitudine, fiducia
si nascondono, le lacrime
bruciano, lottano voglia
di vendetta e coscienza.

Come lo sciacallo vomita
alle stelle le sue urla,
al nostro cielo, dove gli strazi ardono,
guaísce inutile il poeta…
Oh voi, stelle! Rugginose, rozze
lame, quante volte
siete scese dentro l’anima!
(Si sa, qui, solo morire).

Eppure ho fede. Piangendo ti prego,
bel futuro, non esser cosí arido!
Ho fede, non ci impalano piú, oggi,
come i nostri avi, una volta.
Verrà la calma della libertà,
la sofferenza si affína…
E finalmente saremo dimenticati anche noi
nell’ombra quieta delle pergole.

Attila József

1957

(Traduzione di Franco Fortini)

da “Il ladro di ciliege e altre versioni di poesia”, “I Supercoralli” Einaudi, 1982 

Coscienza – Attila József

Sergio Larrain, Railway station, 1963

Sergio Larrain, Railway station, 1963

1.

Dalla terra il cielo scioglie l’alba
e alla sua mite parola pura
gli insetti ed i bambini
alla luce del sole si levano.
L’aria è senza vapori.
Vibrano lucide minuzie.
Sono volate stanotte sugli alberi
come minime farfalle le foglie.

2.

Ho visto in sogno figure screziate
di blu, di rosso, di giallo.
Quello era – sentivo in me – l’ordine:
non un grano di pulviscolo mancava.
Ora qui vola dentro le mie membra
il sogno. Ordine è il mondo di ferro.
Di giorno sorge in me la luna; e se fuori
è notte, qui risplende dentro un sole.

3.

Sono magro, solo pane
mangio qualche volta. Fra queste anime
vane, ciarliere, cerco inutilmente
qualcosa piú certo del dado da giuoco.
Mai che un pezzo d’arrosto mi si strusci
alla bocca ed un bambino al cuore.
Oh, si ingegna! Ma il gatto non sa
prendere il topo, insieme, dentro e fuori.

4.

Come catasta di legna
sta in un cumulo il mondo.
Stringe, spinge, rinserra
una cosa l’altra cosa
e ciascuno cosí è determinato.
Solo quel che non è, mette rami.
Solo quel che sarà, è il fiore.
Quello che è, si disfa.

5.

Lungo lo scalo merci
mi ero annidato ai piedi dell’albero
come un pezzo di silenzio. Una gramigna
mi sfiorava le labbra, aspra, stranamente dolce.
Morto, spiavo il guardiano
e tra i vagoni muti ostinato
i balzi della sua ombra sui lampi
del carbone bagnato di rugiada.

6.

Ecco, la pena è qui dentro.
Ma è fuori, lí, quel che la spiega.
Il mondo è la tua piaga. Brucia, arde;
e tu la tua anima senti, la febbre.
Schiavo se il cuore soltanto è in rivolta
non sarai libero finché per te
non avrai costruito una casa
e non per un padrone.

7.

Ho guardato dalla sera in alto
verso la ruota dei cieli:
con i lucidi fili del caso
si tesseva al telaio del passato la legge.
E ancora ho guardato verso il cielo
su dai sogni delle mie nebbie
e ho veduto: ora qui, ora là si sdruciva
la trama della legge sempre.

8.

Il silenzio ascoltava. Un colpo suonò.
Puoi la tua gioventú rivedere
tra cemento di umide mura
e immaginare qualche libertà,
pensavo. Ma, levandomi, su in alto
stelle e carri dell’Orse
brillavano come le sbarre
sopra la cella muta.

9.

Ho sentito gemere il ferro.
Ho sentito ridere la pioggia.
Vedevo, era rotto il passato,
solo quel che si immagina si perde
e io non so altro che amare,
curvo sotto i miei pesi…
Perché si deve fare di te
un’arma, coscienza d’oro!

10.

Adulto è chi non ha
né padre né madre nel cuore,
che sa di ricevere come
in aggiunta alla morte la vita;
come oggetto trovato sa renderla
in qualunque momento e per questo la serba;
chi non è prete o dio
né per se stesso né per nessuno.

11.

Io l’ho vista, la felicità:
morbida, bionda, piú d’un quintale.
Sull’erba austera del cortile
il suo sorriso ricciuto barcollava.
Sdraiata nel tepore della melma
grugní ammiccando verso di me.
Vedo ancora come indecisa
fra i crini la luce esitava.

12.

Abito lungo la ferrovia. Qui molti
treni vengono e vanno e mi piace
guardare le luci che volano
sul fondo sventolío del buio.
Cosí filano nella notte eterna
i giorni illuminati
e io sono nella luce di ogni scompartimento
mi appoggio sul gomito e non parlo.

Attila József

1957

(Traduzione di Franco Fortini)

da “Il ladro di ciliege e altre versioni di poesia”, “I Supercoralli” Einaudi, 1982 

Fantasma – Gyula Illyés

Foto di Roger Catherineau

Foto di Roger Catherineau

 

Stamani, l’aria è di vetro:
stupito, cammino attraverso un muro di cristallo
e un altro muro,
perché tu veda — anche se
di sera il mio cuore si incrina —
com’è semplice
vivere un miracolo
vivere ancora.

Gyula Illyés

(Traduzione di Umberto Albini)

da “La vela inclinata”, Edizioni S. Marco dei Giustiniani, Genova, 1980

***

Kisértet

Ma délelőtt a lég üvegzerü.
Üvegfalon s új üvegfalon át
ámulva lépdelek,
hogy — este bár szivem majd szétrepedt —
ládd
mily egyszerű
élni csodát, élni tovább.

Gyula Illyés

da “Különös testamentum: Illyés Gyula száz új verse”, Szépirod, Kiadó, 1977

Metti la mano – Attila József

Foto di Anastasia Laktina

Foto di Anastasia Laktina

 

Metti la mano
sulla mia fronte
come se fosse
mia la tua mano.

Fammi la guardia
come chi uccide,
come se fosse
tua la mia vita.

Amami, come se
fosse bene,
come il mio cuore
fosse il tuo cuore.

Attila József

(Traduzione di Umberto Albini)

da “Attila József, Poesie”, Lerici editore, Milano, 1957

***

Tedd a kezed

Tedd a kezed
homlokomra,
mintha kezed
kezem volna.

Úgy őrizz, mint
ki gyilkolna,
mintha éltem
élted volna.

Úgy szeress, mint
ha jó volna,
mintha szívem
szíved volna.

Attila József

da “Összes versei: 1928-1937”, Budapest: Szépirodalmi konyvkiadó, 1954

19 aprile 1931 – Miklós Radnóti

Fanni Gyarmati e Miklós Radnóti

Fanni Gyarmati e Miklós Radnóti

 

Ieri hanno sequestrato il mio nuovo libro,
ora sto seduto solo, con le dita
intrecciate attorno alle caviglie, oggi
con superstizione ho scavato sotto la soglia
una farfalla rossa, e lentamente m’addormento.

Mi ricordo! una volta una madre diciassettenne
priva di latte, la donna del mio amico,
si era assopita così stanca sopra la sua bimba di venti giorni
sognando camicine infantili
e scarpe nuove per il marito! e
si svegliò allegra come all’alba
nelle battaglie favolose i guerrieri al suono della tromba!

Mi sveglierò anch’io! sulla treccia
d’oro della mia amata urlerà la luce del sole,
oscillando, la mia ombra crescerà fino al cielo
e con i miei ventidue anni sfrontati stanotte
per cena mangerò tre stelle!

Miklós Radnóti

(Traduzione di Edith Bruck)

da “Mi capirebbero le scimmie”, Donzelli Poesia, 2009

Miklós Radnóti, Mi capirebbero le scimmie, Donzelli

 ∗∗∗

1931 április 19

Uj könyvemet tegnap elkobozták,
most egyedül ülök, ujjaim
átfonva bokám körül, piros
pillét ástam ma babonásan
a küszöb alá és lassan elalszom!

Emlékszem én! egyszer a tizenhétéves
anya, barátom tejetlen asszonya
aludt el fáradtan, húsznapos, tejes
kislánya fölött így: gyerekingeket
álmodott s urának új cipőt! és
kedvvel ébredt, ahogy mesék csatái
hajnalán kürthangra harcosok!

Majd fölébredek én is! kedvesem arany
varkocsán sikongat a napfény,
lóbálva nő föl árnyam az égig és
huszonkét szemtelen évem az éjjel
bevacsorázik három csillagot!

Miklós Radnóti

da “Lábadozó szél”, Szeged, 1933