A Claire – Yvan Goll

Foto di Josephine Cardin

Foto di Josephine Cardin

Scritto nell’ospedale della morte
dal dicembre 1949 al gennaio 1950

 

Ti ho colta nei giardini di Efeso
La chioma crespa dei tuoi garofani
Il mazzo serale delle mani

Ti ho pescata nei laghi del sogno
Ti ho gettato il mio cuore per esca
Un pescatore sulle tue rive di salice

Ti ho trovata nell’aridità del deserto
Eri il mio ultimo albero
Eri l’ultimo frutto della mia anima

Dal tuo sonno ora sono avvinto
Profondamente immerso nel tuo riposo
Come la mandorla nel guscio notte-bruno

Yvan Goll

(Traduzione di Lia Secci)

da “Erba di sogno”, Einaudi, Torino, 1970

Yvan Goll, Erba di sogno, “Collezione di poesia” Einaudi

***

An Claire

Geschrieben im Spital des Todes,
Dezember 1949 bis Januar 1950

 

Hab ich dich gepflückt in den Gärten von Ephesus
Das krause Haar deiner Nelken
Den Abendstrauß der Hände

Hab ich dich gefischt in den Seen des Traums
Ich warf dir mein Herz zur Speisung
Ein Angler an deinen Weidenufern

Hab ich dich gefunden in der Dürre der Wüste
Du warst mein letzter Baum
Du warst die letzte Frucht meiner Seele

Von deinem Schlaf nun umfangen bin ich
In deine Ruhe tief gebettet
Wie der Mandelkern in nachtbraune Schale

Yvan Goll

da “Traumkraut”, Limes Vergal, Wiesbaden, 1951

Fulgore – Paul Celan

Paul Celan

 

Col tuo corpo silente
mi giaci accosto nella rena,
tu, coperta di stelle.

. . . . . . . . . . . . . . .

Si spiccò un raggio,
per calare sino a me?
O era il messaggio
della nostra sorte decisa,
che fulgeva cosí?

Paul Celan

(Traduzione di Giuseppe Bevilacqua)

da “Di soglia in soglia”, Einaudi, Torino, 1996

Paul Celan, Di soglia in soglia, “Collezione di poesia”, Einaudi

***

Leuchten

Schweigenden Leibes
liegst du im Sand neben mir,
Übersternte.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Brach sich ein Strahl
herüber zu mir?
Oder war es der Stab,
den man brach über uns,
der so leuchtet?

Paul Celan

da “Von Schwelle zu Schwelle”, Deutsche Verlags-Anstalt, Stuttgart, 1955

Un nuovo mondo – Rose Ausländer

Foto di Katia Chausheva

 

Calici d’oro rotolano sul fondo,
e il vino si mescola con la polvere.
Amaro si fa il vino nella mia bocca,
e i giovani capelli avvizziscono come le foglie.

Si allontana sempre più tutto ciò che è vicino:
Profumi dei prati, rugiada e danza di colori.
Quanto è rimasto non può sopportarlo,
chi un tempo ne conosceva lo splendore.

Vivere ancora una volta nel nocciolo dolce,
fino a che il succo del sud tracimi,
sperimentando nel grembo mieloso degli anemoni
ancora una volta un’estate che dirompe.

Vogliamo portare mille morti
come un re porta la sua corona,
fino a quando il Dio della lontananza non avrà deposto
un mondo nuovo ai piedi dei nostri giorni.

Rose Ausländer

(Traduzione di Maria Enrica D’Agostini)

da “Arcobaleno. Motivi dal Ghetto e altre poesie”, Edizioni San Marco dei Giustiniani, Genova, 2002

∗∗∗

Eine neue Welt

Goldnte Becher rollen auf dem Grunde,
und der Wein vermengt sich mit dem Staub.
Bitter schmeckt der Wein in meinem Munde,
und es welkt das junge Haar wie Laub.

Immer ferner rücken alle Nähen:
Wiesendüfte, Tau und Farbentanz.
Was verblieb, kann keiner überstehen,
der einst wußte um den ganzen Glanz.

Einmal noch im süßen Kerne wohnen,
bis der Saft des Südens überquillt,
und im Honigschoß der Anemonen
noch erfahren, wie ein Sommer schwillt.

Wollen wir die tausend Tode tragen,
wie ein König seine Krone trägt,
bis der Gott der Ferne unsern Tagen
eine neue Well zu Füßen legt.

Rose Ausländer

da “Gettomotive (1942-1944)”, in “Die Erde war ein atlasweisses Feld: Gedichte 1927-1956”, S. Fischer Verlag, 1985

Dormi dunque… – Paul Celan

Foto di Mario Dondero

 

DORMI dunque, ed il mio occhio rimarrà aperto.
La pioggia colmò la brocca, noi la vuotammo.
La notte germinerà un cuore, il cuore un breve stelo –
Ma per mietere è troppo tardi, falciatrice.

Vento notturno, così candidi sono i tuoi capelli!
Candido ciò che mi resta, candido ciò che perdo!
Ella conta le ore, e io conto gli anni.
Noi bevemmo pioggia. Pioggia, bevemmo.

Paul Celan

(Traduzione di Giuseppe Bevilacqua)

da “Papavero e memoria”, in “Paul Celan, Poesie”, “I Meridiani” Mondadori, 1998

***

SO schlafe…

SO schlafe, und mein Aug wird offen bleiben.
Der Regen füllt’ den Krug, wir leerten ihn.
Es wird die Nacht ein Herz, das Herz ein Hälmlein treiben –
Doch ists zu spät zum Mähen, Schnitterin.

So schneeig weiß sind, Nachtwind, deine Haare!
Weiß, was mir bleibt, und weiß, was ich verlier!
Sie zählt die Stunden, und ich zähl die Jahre.
Wir tranken Regen. Regen tranken wir.

Paul Celan

da “Mohn und Gedächtnis”Erscheinungsjahr, 1952

«Quanti soli dell’aurora hanno veduto» – Yvan Goll

Camille Claudel, La Valse, 1901, Musée Rodin, Paris

 

Quanti soli dell’aurora hanno veduto
Il loro riflesso nel nostro quadruplo occhio!
E la modellatura del giorno era rimessa al nostro arbitrio

Alla pura invenzione dell’amore
La rugiada doveva la sua durata

E dove tifoni si pascevano di fiere della giungla
E gettavano le loro lunghe ali gialle
Attorno a isole oscillanti

Persino là la nostra viva statua d’amore resisteva
Il tuo sorriso diletta
Scioglieva gli enigmi piú oscuri

Yvan Goll

(Traduzione di Lia Secci)

da “Erba di sogno”, Einaudi, Torino, 1970

∗∗∗

«Wieviele Morgensonnen haben ihr Ebenbild»

Wieviele Morgensonnen haben ihr Ebenbild
In unserem Vieraug erschaut!
Und des Tages Gestaltung stand unsrer Willkür anheim.

Der reinen Erfindung der Liebe
Verdankte der Tau seine Dauer

Und wo Taifune an Urwaldgetier sich mästeten
Und ihre langen gelben Flügel
Um schwankende Inseln warfen

Selbst da hielt unser lebend Liebesdenkmal stand
Löste dein Lächeln Geliebte
Die dunkelsten Rätsel auf

Yvan Goll

 da “Traumkraut”, Limes Vergal, Wiesbaden, 1951

A coloro che verranno – Bertolt Brecht

Pedro Luis Raota, War and Peace, 1960’s

I.

Davvero, vivo in tempi bui!
La parola innocente è stolta. Una fronte distesa
vuol dire insensibilità. Chi ride,
la notizia atroce
non l’ha ancora ricevuta.

Quali tempi sono questi, quando
discorrere d’alberi è quasi un delitto,
perché su troppe stragi comporta silenzio!
E l’uomo che ora traversa tranquillo la via
mai piú potranno raggiungerlo dunque gli amici
che sono nell’angoscia?

È vero: ancora mi guadagno da vivere.
Ma, credetemi, è appena un caso. Nulla
di quel che fo m’autorizza a sfamarmi.
Per caso mi risparmiano. (Basta che il vento giri, sono perduto).

«Mangia e bevi, –mi dicono: –E sii contento di averne».
Ma come posso io mangiare e bere, quando
quel che mangio, a chi ha fame lo strappo, e
manca a chi ha sete il mio bicchiere d’acqua?
Eppure mangio e bevo.

Vorrei anche essere un saggio.
Nei libri antichi è scritta la saggezza:
lasciar le contese del mondo e il tempo breve
senza tema trascorrere.
Spogliarsi di violenza,
render bene per male,
non soddisfare i desideri, anzi
dimenticarli, dicono, è saggezza.
Tutto questo io non posso:
davvero, vivo in tempi bui!

II.

Nelle città venni al tempo del disordine,
quando la fame regnava.
Tra gli uomini venni al tempo delle rivolte
e mi ribellai insieme a loro.
Cosí il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.

Il mio pane, lo mangiai tra le battaglie.
Per dormire mi stesi in mezzo agli assassini.
Feci all’amore senza badarci
e la natura la guardai con impazienza.
Cosí il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.

Al mio tempo, le strade si perdevano nella palude.
La parola mi tradiva al carnefice.
Poco era in mio potere. Ma i potenti
posavano piú sicuri senza di me; o lo speravo.
Cosí il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.

Le forze erano misere. La meta
era molto remota.
La si poteva scorgere chiaramente, seppure anche per me
quasi inattingibile.
Cosí il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.

III.

Voi che sarete emersi dai gorghi
dove fummo travolti
pensate
quando parlate delle nostre debolezze
anche ai tempi bui
cui voi siete scampati.

Andammo noi, piú spesso cambiando paese che scarpe,
attraverso le guerre di classe, disperati
quando solo ingiustizia c’era, e nessuna rivolta.

Eppure lo sappiamo:
anche l’odio contro la bassezza
stravolge il viso.
Anche l’ira per l’ingiustizia
fa roca la voce. Oh, noi
che abbiamo voluto apprestare il terreno alla gentilezza,
noi non si poté essere gentili.

Ma voi, quando sarà venuta l’ora
che all’uomo un aiuto sia l’uomo,
pensate a noi
con indulgenza.

Bertolt Brecht

(Traduzione di Franco Fortini)

da “Poesie di Svendborg seguite dalla Raccolta Steffin”, “Gli Struzzi” Einaudi, 1976

∗∗∗

An die nachgeborenen

I.

Wirklich, ich lebe in finsteren Zeiten!
Das arglose Wort ist töricht. Eine glatte Stirn
Deutet auf Unempfindlichkeit hin. Der Lachende
Hat die furchtbare Nachricht
Nur noch nicht empfangen.

Was sind das für Zeiten, wo
Ein Gespräch über Bäume fast ein Verbrechen ist
Weil es ein Schweigen über so viele Untaten einschliesst!
Der dort ruhig über die Strasse geht
Ist wohl nicht mehr erreichbar für seine Freunde
Die in Not sind?

Es ist wahr: ich verdiene noch meinen Unterhalt.
Aber glaubt mir: das ist nur ein Zufall. Nichts
Von dem, was ich tue, berechtigt mich dazu, mich sattzuessen.
Zufällig bin ich verschont. (Wenn mein Glück aussetzt bin ich verloren).

Man sagt mir: Iss und trink du! Sei froh, dass du hast!
Aber wie kann ich essen und trinken, wenn
Ich dem Hungernden entreisse, was ich esse, und
Mein Glas Wasser einem Verdurstenden fehlt?
Und doch esse und trinke ich.

Ich wäre gerne auch weise.
In den alten Büchern steht, was weise ist:
Sich aus dem Streit der Welt halten und die kurze Zeit
Ohne Furcht verbringen.
Auch ohne Gewalt auskommen
Böses mit Gutem vergelten
Seine Wünsche nicht erfüllen, sondern vergessen
Gilt für weise.
Alles das kann ich nicht:
Wirklich, ich lebe in finsteren Zeiten!

II.

In die Städte kam ich zur Zeit der Unordnung
Als da Hunger herrschte.
Unter die Menschen kam ich zur Zeit des Aufruhrs
Und ich empörte mich mit ihnen.
So verging meine Zeit
Die auf Erden mir gegeben war.

Mein Essen ass ich zwischen den Schlachten.
Schlafen legte ich mich unter die Mörder.
Der Liebe pflegte ich achtlos
Und die Natur sah ich ohne Geduld.
So verging meine Zeit
Die auf Erden mir gegeben war.

Die Strassen führten in den Sumpf zu meiner Zeit.
Die Sprache verriet mich dem Schlächter.
Ich vermochte nur wenig. Aber die Herrschenden
Sassen ohne mich sicherer, das hoffte ich.
So verging meine Zeit
Die auf Erden mir gegeben war.

Die Kräfte waren gering. Das Ziel
Lag in grosser Ferne.
Es war deutlich sichtbar, wenn auch für mich
Kaum zu erreichen.
So verging meine Zeit
Die auf Erden mir gegeben war.

III.

Ihr, die ihr auftauchen werdet aus der Flut
In der wir untergegangen sind
Gedenkt
Wenn ihr von unseren Schwächen sprecht
Auch der finsteren Zeit
Der ihr entronnen seid.

Gingen wir doch, öfter als die Schuhe die Länder wechselnd
Durch die Kriege der Klassen, verzweifelt
Wenn da nur Unrecht war und keine Empörung.

Dabei wissen wir doch:
Auch der Hass gegen die Niedrigkeit
Verzerrt die Züge.
Auch der Zorn über das Unrecht
Macht die Stimme heiser. Ach, wir
Die wir den Boden bereiten wollten für Freundlichkeit
Konnten selber nicht freundlich sein.

Ihr aber, wenn es soweit sein wird
Dass der Mensch dem Menschen ein Helfer ist
Gedenkt unsrer
Mit Nachsicht.

Bertolt Brecht

da “Svendborger Gedichte”, Malik Verlag, London, 1939

Mandorla – Paul Celan

Paul Celan 3

 

Nella mandorla – cosa c’è nella mandorla?
Il Nulla.
C’è il Nulla nella mandorla.
Lì sta e ristà.

Nel Nulla – chi vi sta? Il Re.
Lì sta il Re, il Re.
Lì sta e ristà.

                  Ricciolo ebreo, tu grigio non diventi.

E il tuo occhio – dove sta il tuo occhio?
Il tuo occhio sta incontro alla mandorla.
Il tuo occhio, al Nulla sta incontro.
Sta per il Re.
Così sta e ristà.

                  Ricciolo d’uomo, tu grigio non diventi.
                  Vuota mandorla, blu regale.

Paul Celan

(Traduzione di Giuseppe Bevilacqua)

da “La rosa di nessuno”, in “Paul Celan, Poesie”, “I Meridiani” Mondadori, 1998

***

Mandorla

In der Mandel – was steht in der Mandel?
Das Nichts.
Es steht das Nichts in der Mandel.
Da steht es und steht.

Im Nichts – wer steht da? Der König.
Da steht der König, der König.
Da steht er und steht.

               Judenlocke, wirst nicht grau.

Und dein Aug – wohin steht dein Auge?
Dein Aug steht der Mandel entgegen.
Dein Aug, dem Nichts stehts entgegen.
Es steht zum König.
So steht es und steht.

                Menschenlocke, wirst nicht grau.
                Leere Mandel, königsblau.

Paul Celan

da “Die Niemandsrose”, S. Fischer Verlag, 1963