Il pianista – Yves Bonnefoy

Sven Fennema, Concerto in silenzio

I

Quella tastiera, lui vi tornava ogni mattina,
Era così da quando aveva creduto
Di udire un suono che avrebbe cambiato la vita,
Ascoltava, martellando il nulla.

E così percorreva un suolo fradicio.
La musica, nient’altro che un bagliore
All’orizzonte di un cielo che restava cupo,
Credeva che vi si addensasse il lampo.

Invecchiò. E il temporale lo rinchiuse
Nella sua casa dai vetri illuminati.
Le sue mani sulla tastiera smarrirono il sogno.

È morto? Che si alzi, nel buio,
E socchiuda la porta, ed esca! Senza sapere
Se sia il giorno che spunti o la notte che cali.

II

Una mano che s’arrischia, anelante,
Nei vortici di un’acqua sia chiara sia cupa,
La sua immagine si sbriciola, si potrebbe credere
Che non abbia più la forza di trattenere.

E quest’altra, nello specchio? Si avvicina
Alla tua, che le va incontro, le loro dita si toccano
Quasi, ma nel nulla di questa distanza
S’apre l’abisso tra essere e apparenza.

Queste dita, almeno, che scuotono corde.
Un’altra mano salirà, dal fondo dei suoni,
A prenderli nei suoi, per guidarli?

Ma verso cosa? Io non so se è amore
O miraggio, e nient’altro che sogno, le parole
Che non hanno che acqua o specchio, o suono, per tentare d’essere.

Yves Bonnefoy

(Traduzione di Fabio Scotto)

da “L’ora presente”, “Lo Specchio” Mondadori, 2015

Yves Bonnefoy, L’ora presente, “Lo Specchio” Mondadori, 2015

***

Le pianiste

I

Ce clavier, il y revenait chaque matin,
C’était ainsi depuis qu’il avait cru
Entendre un son qui eût changé la vie
Il écoutait, martelant le néant.

Et ainsi allait-il un sol détrempé.
La musique, plus rien qu’une lueur
À l’horizon d’un ciel qui restait sombre,
Il croyait que l’éclair s’y amassait.

Il vieillit. Et l’orage l’enferma
Dans sa maison aux vitres embrasées.
Ses mains sur le clavier égarèrent son rêve.

Est-il mort? Qu’il se lève, dans le noir,
Et entrouvre sa porte, et sorte! Ne sachant
Si c’est le jour qui point ou la nuit qui tombe.

II

Une main qui se risque, désirante,
Dans les remous d’une eau soit claire soit sombre,
Son image se brise, on pourrait croire
Qu’elle n’a plus la force de retenir.

Et cette autre, dans un miroir? Elle s’approche
De la tienne, qui vient à elle, leurs doigts se touchent
Presque, mais dans le rien de cet écart
S’ouvre l’abîme entre être et apparence.

Ces doigts, au moins, qui émeuvent des cordes.
Une autre main va-t-elle, du fond des sons,
Monter les prendre dans les siens, pour les guider?

Mais vers quoi? Je ne sais si c’est amour
Ou mirage, et rien que du rêve, les paroles
Qui n’ont qu’eau ou miroir, ou son, pour tenter d’être.

Yves Bonnefoy

da “L’heure présente”, Mercure de France, 2011

Yves Bonnefoy, L’heure présente, Mercure de France

A Claire – Yvan Goll

Foto di Josephine Cardin

Foto di Josephine Cardin

Scritto nell’ospedale della morte
dal dicembre 1949 al gennaio 1950

 

Ti ho colta nei giardini di Efeso
La chioma crespa dei tuoi garofani
Il mazzo serale delle mani

Ti ho pescata nei laghi del sogno
Ti ho gettato il mio cuore per esca
Un pescatore sulle tue rive di salice

Ti ho trovata nell’aridità del deserto
Eri il mio ultimo albero
Eri l’ultimo frutto della mia anima

Dal tuo sonno ora sono avvinto
Profondamente immerso nel tuo riposo
Come la mandorla nel guscio notte-bruno

Yvan Goll

(Traduzione di Lia Secci)

da “Erba di sogno”, Einaudi, Torino, 1970

Yvan Goll, Erba di sogno, “Collezione di poesia” Einaudi

***

An Claire

Geschrieben im Spital des Todes,
Dezember 1949 bis Januar 1950

 

Hab ich dich gepflückt in den Gärten von Ephesus
Das krause Haar deiner Nelken
Den Abendstrauß der Hände

Hab ich dich gefischt in den Seen des Traums
Ich warf dir mein Herz zur Speisung
Ein Angler an deinen Weidenufern

Hab ich dich gefunden in der Dürre der Wüste
Du warst mein letzter Baum
Du warst die letzte Frucht meiner Seele

Von deinem Schlaf nun umfangen bin ich
In deine Ruhe tief gebettet
Wie der Mandelkern in nachtbraune Schale

Yvan Goll

da “Traumkraut”, Limes Vergal, Wiesbaden, 1951

L’attesa – Guy Goffette

Richard Tuschman, from Hopper Meditations Series

 

Se vieni per restare, lei dice, non parlare.
Bastano pioggia e vento sopra le tegole,
basta il silenzio accumulato sui mobili
come polvere dopo secoli senza te.

Non parlare ancora. Ascolta ciò ch’è stato
lama nella mia carne: ogni passo, un ridere lontano,
l’abbaiare di un cane, lo sportello che sbatte
e questo treno che non finisce mai di passare

sulle mie ossa. Rimani senza parole: non c’è nulla
da dire. Lascia che la pioggia ridiventi pioggia
e il vento questa marea sotto le tegole, lascia

il cane gridare il suo nome nella notte, lo sportello
sbattere, andarsene lo sconosciuto in quel luogo vuoto
dove io morivo. Rimani se vieni per rimanere.

 Guy Goffette

(Traduzione di Marcello Comitini)

∗∗∗

L’attente

Si tu viens pour rester, dit-elle, ne parle pas.
Il suffit de la pluie et du vent sur les tuiles,
il suffit du silence que les meubles entassent
comme poussière depuis des siècles sans toi.

Ne parle pas encore. Écoute ce qui fut
lame dans ma chair: chaque pas, un rire au loin,
l’aboiement du cabot, la portière qui claque
et ce train qui n’en finit pas de passer

sur mes os. Reste sans paroles: il n’y a rien
à dire. Laisse la pluie redevenir la pluie
et le vent cette marée sous les tuiles, laisse

le chien crier son nom dans la nuit, la portière
claquer, s’en aller l’inconnu en ce lieu nul
où je mourais. Reste si tu viens pour rester.

Guy Goffette

da “La Vie promise”, Éditions Gallimard, 1991

Paris at night – Jacques Prévert

Michel Hendrich, 2015

 

Tre fiammiferi accesi uno per uno nella notte
Il primo per vederti tutto il viso
Il secondo per vederti gli occhi
L’ultimo per vedere la tua bocca
E tutto il buio per ricordarmi queste cose
Mentre ti stringo fra le braccia.

Jacques Prévert

(Traduzione di Maurizio Cucchi e Giovanni Raboni)

da “Poesie d’amore”, Guanda, Parma, 1991

∗∗∗

Paris at night

Trois allumettes une à une allumées dans la nuit
La première pour voir ton visage tout entier
La seconde pour voir tes yeux
La dernière pour voir ta bouche
Et l’obscurité tout entière pour me rappeler tout cela
En te serrant dans mes bras.

Jacques Prévert

da “Paroles”, Paris, Gallimard, coll. «Folioplus classiques», 1946

«Quanti soli dell’aurora hanno veduto» – Yvan Goll

Camille Claudel, La Valse, 1901, Musée Rodin, Paris

 

Quanti soli dell’aurora hanno veduto
Il loro riflesso nel nostro quadruplo occhio!
E la modellatura del giorno era rimessa al nostro arbitrio

Alla pura invenzione dell’amore
La rugiada doveva la sua durata

E dove tifoni si pascevano di fiere della giungla
E gettavano le loro lunghe ali gialle
Attorno a isole oscillanti

Persino là la nostra viva statua d’amore resisteva
Il tuo sorriso diletta
Scioglieva gli enigmi piú oscuri

Yvan Goll

(Traduzione di Lia Secci)

da “Erba di sogno”, Einaudi, Torino, 1970

∗∗∗

«Wieviele Morgensonnen haben ihr Ebenbild»

Wieviele Morgensonnen haben ihr Ebenbild
In unserem Vieraug erschaut!
Und des Tages Gestaltung stand unsrer Willkür anheim.

Der reinen Erfindung der Liebe
Verdankte der Tau seine Dauer

Und wo Taifune an Urwaldgetier sich mästeten
Und ihre langen gelben Flügel
Um schwankende Inseln warfen

Selbst da hielt unser lebend Liebesdenkmal stand
Löste dein Lächeln Geliebte
Die dunkelsten Rätsel auf

Yvan Goll

 da “Traumkraut”, Limes Vergal, Wiesbaden, 1951

Abbiamo fatto notte… – Paul Éluard

Foto di René Groebli

 

Abbiamo fatto notte ho la tua mano ti veglio
Con ogni mia forza ti reggo
Incido dentro una pietra la stella delle tue forze
Fondi solchi dove la bontà del tuo corpo germinerà
La voce segreta la voce tua pubblica io mi ridíco
Rido dell’orgogliosa
Che tratti come fosse una mendíca
Dei folli che rispetti dei semplici ove t’immergi
E nel mio capo che piano s’accorda col tuo con la notte
Stupisco dell’ignota che divieni
Ignota simile a te simile a tutto quel che amo
Che è nuovo sempre.

Paul Éluard

1953

(Traduzione di Franco Fortini)

da “Facile”, in “Paul Éluard, Poesie”, “I Supercoralli” Einaudi, 1955

∗∗∗

«Nous avons fait la nuit…»

Nous avons fait la nuit je tiens ta main je veille
Je te soutiens de toutes mes forces
Je grave sur un roc l’étoile de tes forces
Sillons profonds où la bonté de ton corps germera
Je me répète ta voix cachée ta voix publique
Je ris encore de l’orgueilleuse
Que tu traites comme une mendiante
Des fous que tu respectes des simples où tu te baignes
Et dans ma tête qui se met doucement d’accord avec la tienne avec la nuit
Je m’émerveille de l’inconnue que tu deviens
Une inconnue semblable à toi semblable à tout ce que j’aime
Qui est toujours nouveau.

Paul Éluard

 da “Œuvres complètes”, Paris, Gallimard, Bibliothèque de la Pléiade, 1968

Ti dono questi versi affinché… – Charles Baudelaire

Erwin Blumenfeld, Blaue Augen, ca. 1938

 

XXXV

Ti dono questi versi affinché, se il mio nome
approderà felice ad epoche lontane
e sogneranno una sera i cervelli umani,
vascello spinto da un grande aquilone,

il tuo ricordo simile a favole incerte
martelli come un timpano il lettore
e ad un fraterno e mistico anello
rimanga come appeso alle mie rime altere,

essere maledetto cui nulla, dall’abisso profondo
al più alto dei cieli, tranne me risponde!
– O tu che uguale a un’ombra dalla effimera traccia,

calpesti a passi lievi e con sguardo sereno
gli stupidi mortali che ti hanno giudicata amara,
statua dagli occhi di giada, grande angelo impassibile!

Charles Baudelaire

(Traduzione di Marcello Comitini)

da “Spleen e Ideale”, in “I fiori del male 1857-1861”, Edizioni Caffè Tergeste, Roma, 2017

I fiori del male 1857-1861, Edizioni Caffè Tergeste, Roma, 2017

∗∗∗

XXXV

Je te donne ces vers afin que, si mon nom
Aborde heureusement aux époques lointaines,
Et fait rêver un soir les cervelles humaines,
Vaisseau favorisé par un grand aquilon,

Ta mémoire, pareille aux fables incertaines,
Fatigue le lecteur ainsi qu’un tympanon,
Et par un fraternel et mystique chaînon
Reste comme pendue à mes rimes hautaines;

Être maudit à qui de l’abîme profond,
Jusqu’au plus haut du ciel rien, hors moi, ne répond!
— Ô toi qui, comme une ombre à la trace éphémère,

Foules d’un pied léger et d’un regard serein
Les stupides mortels qui t’ont jugée amère,
Statue aux yeux de jais, grand ange au front d’airain!

Charles Baudelaire

da “Spleen et Idéal”, in “Les Fleurs du mal”, ‎Paris, Poulet-Malassis et de Broise, 1861