31. Ecloghe italiane – Derek Walcott

per Joseph Brodsky
I

Sulla chiara strada per Roma, oltre Mantova,
c’erano steli di riso, e ho udito, nell’eccitazione del vento,
i bruni cani del latino ansimare accanto alla macchina,
le loro ombre sfrecciavano sul ciglio in traduzione scorrevole,
oltre campi cintati da pioppi, cascine in pietra,
sostantivi da un testo di scuola, Orazio, Virgilio;
frasi di Ovidio passavano in verdi sbavature,
dirette verso prospettive di busti senza nasi,
rovine a bocca aperta e corridoi senza tetto
di Cesari il cui secondo mantello è ora fatto di polvere,
e questa voce che fruscia tra le canne è la tua.
Per ogni verso c’è un tempo e una stagione.
Tu hai ravvivato forme e strofe; questi campi rasati sono
la tua barba incolta che mi graffia la guancia alla partenza,
iridi grigie, le stoppie di grano dei tuoi capelli in aria.
Dimmi che non sei svanito, che sei sempre in Italia.
Sì. Per sempre. Dio. Per sempre immobile e muto come i campi
lombardi, come i bianchi vuoti di quella prigione,
pagine cancellate da un regime. E anche se il suo paesaggio lenisce
l’esilio tuo e di Nasone, la poesia è sempre tradimento
perché è verità. I tuoi pioppi vorticano nel sole.

II

Frullo d’ali di piccione fuori da una finestra di legno,
il fremito di un’anima agile che lascia il cuore consunto.
Il sole tocca i campanili. Clangore del Cinquecento,
nello schiaffo dell’onda attraccano e ripartono vaporetti,
lasciando l’ombra del viaggiatore sulla scena ondeggiante
a guardare  il luccichio creato dal traghetto, come un pettine
tra capelli biondi che s’intrecciano al suo passaggio,
o copertine che racchiudono la schiuma dell’ultima pagina,
o qualunque sia il biancore che m’acceca coi suoi fiocchi
cancellando pini e conifere. Joseph, perché scrivo questo
se tu non puoi leggerlo? Le finestre del dorso di un libro
si aprono su un chiostro dove ogni cupola è un pretesto
per la tua anima, che come un piccione d’ardesia si libra
sull’acqua coniata e la luce ferisce come pioggia. Domenica.
I rintocchi dissennati dei campanili sono per te, che sapevi
come questa città dalle trine di pietra guarisca le nostre colpe,
simile al leone che con la zampa di ferro impedisce all’orbe
di rotolare sotto ali guardiane. Barche dal collo di violino
e ragazze dal collo di gondola erano la tua giurisdizione.
Com’è predestinato, il giorno del tuo compleanno, parlare di te a Venezia.
In questi giorni, nelle librerie, devio verso le biografie,
e la mia mano plana sui nomi con artigli aperti da piccione.
Sul mare, oltre la laguna, si chiudono parentesi
di cupole. Scesa dal traghetto, la tua ombra volta gli angoli
di un libro, si ferma in fondo a una prospettiva, e mi attende.

III

In questo paesaggio di vigne e colline hai portato un tema
che si muove fra le tue strofe inclinate, fa trasudare gli acini
e offusca le province: il lento inno nordico
della nebbia, la terra senza confini, nubi le cui forme
mutano con rabbia quando iniziamo ad associarle
a echi concreti, brecce dove l’eternità si spalanca
in una porticina azzurra. Ogni cosa solida le attende,
l’albero che diventa legna, la legna fumo del focolare,
la colomba l’eco del volo, la rima la sua eco, il tratto
dell’orizzonte che svanisce, il lavoro dei rametti
sulla pagina bianca e ciò che ricopre il loro cirillico: la neve,
il campo bianco che un corvo attraversa col suo gracchio nero,
sono una geografia distante, e non solo ora,
sei sempre stato là, la nebbia che con la zampa flessuosa
oscura il globo: sei sempre stato più felice
tra i margini freddi e incerti, non nel sole accecante
sull’acqua, in questo traghetto che si accosta alla banchina
quando un viaggiatore spegne l’ultima scintilla di una sigaretta
sotto il tacco, e il suo volto amato svanisce
in una moneta che le dita della nebbia strofinano.

IV

La schiuma al largo dello stretto mormora Montale
in sale grigio, un mare ardesia, e oltre, colline maculate
d’indaco e lilla, poi la vista dei cactus in Italia
e le palme, nomi che scintillano sull’orlo del Tirreno.
La tua eco arriva tra gli scogli, ridacchiando tra le rime
quando l’onda si frange ed è svanita per sempre!
Questi versi gettati per pesci arcobaleno o una retata di spratti,
pesci pappagallo, argentine, ballerini scarlatti,
e l’odore rancido e universale della poesia, un mare cobalto
e le palme all’aeroporto che si sorprendono da sole; ne sento l’odore,
alghe come capelli che fluttuano nell’acqua, la mica in Sicilia,
un odore più antico e più fresco delle cattedrali normanne
o degli acquedotti restaurati, le mani ruvide dei pescatori
la loro àncora di dialetti, e frasi che si seccano su muri
eretti nel muschio. Queste le sue origini, la poesia,
restano nei versi ripetuti delle onde e le loro creste,
remi e scansione, gli stormi e un unico orizzonte, chiglie
incuneate nella sabbia, la tua isola, o i versi di Montale
o Quasimodo che si dibattono come anguille in una cesta.
Sto scendendo al margine della secca per ricominciare,
Joseph, con un primo verso, una vecchia rete,
la stessa sollecitudine. Studierò l’orizzonte che si schiude,
la scansione dei colpi della pioggia, per dissolvermi
in un racconto più grande delle nostre vite, del mare, del sole.

V

Il mio colonnato di cedri fra le cui arcate l’oceano
sussurra il suo messale, ogni tronco una lettera
miniata come un breviario con frutti e viti,
lungo il quale sento l’eco incessante di un’architettura
di stanze col profilo di San Pietroburgo, i versi
di un cantore amplificato, la devozione della sua tonsura.
La prosa è lo scudiero della condotta, la poesia il cavaliere
che infilza il drago fiammeggiante con la lancia della penna,
è quasi disarcionato come un picador, ma si drizza in sella.
Accucciata sopra un foglio con la stessa postura,
una nube ripete nella sua forma il diradarsi dei tuoi capelli.
Un metro e un contegno modellati su quelli di Wystan,
strofe dal profilo romano e aperto, il busto di un Cesare minore
che allo strepito dell’arena preferisce una provincia distante,
un dovere che la polvere oscura. Sono innalzato sopra
il messale dell’onda, le colonne dei cedri, per guardare dall’alto
la cifra del mio dolore, la tua lapide, sono andato alla deriva
sopra libri di cimiteri verso un Atlantico le cui rive
si riducono, sono un’aquila che ti riporta in Russia,
stringendo fra gli artigli la ghianda del tuo cuore che ti rende,
oltre il Mar Nero di Publio Nasone, alle radici di un faggio.
Sono innalzato dal dolore e dall’elogio, così che
la tua macchia si dilati per l’esultanza, un punto che ascende.

VI

Ora, sera dopo sera dopo sera,
agosto fruscerà dalle conifere, una luce arancio
s’infiltrerà tra le pietre della strada, ombre
giacciono  parallele come remi sul lungo scafo d’asfalto,
cavalli strigliati scuotono le teste in campi aridi
e la prosa esita sul  ciglio del metro. La volta
si amplia, il soffitto attraversato da pipistrelli o rondini,
il cuore scala colline lilla nella luce che declina
e la grazia offusca gli occhi di un uomo che si avvicina
alla sua casa. Gli alberi serrano le porte, le onde
chiedono ascolto. La sera è un’incisione, il medaglione
di una sagoma rabbuia coloro che amiamo nel loro profilo, come il tuo,
la cui poesia trasforma il lettore in poeta. Il  leone
del promontorio io si trasforma come quello di San Marco, metafore
si riproducono e svolazzano nella caverna della mente,
e si sente nell’incantesimo dell’onda e nelle conifere dell’agosto,
e si legge il cirillico delle fronde che gesticolano mentre
il silenzioso consiglio dei cumuli inizia a radunarsi
su un Atlantico dalla luce e calma quanto quella di uno stagno,
i lampioni spuntano come frutti nel villaggio, sopra i tetti,
e l’alveare delle costellazioni appare, sera dopo sera,
la tua voce, tra scure canne di versi che risplendono di vita.

Derek Walcott

(Traduzione di Matteo Campagnoli)

da “Prima luce”, in “Derek Walcott, Isole”, Poesie scelte (1948-2004), Adelphi, 2009

Derek Walcott, Isole, Poesie scelte (1948-2004), Adelphi

∗∗∗

31. Italian eclogues

for Joseph Brodsky
    I

On the bright road to Rome, beyond Mantua,
there were reeds of rice, and I heard, in the wind’s elation,
the brown dogs of Latin panting alongside the car,
their shadows sliding on the verge in smooth translation,
past fields fenced by poplars, stone farms in character,
nouns from a schoolboy’s text, Vergilian, Horatian,
phrases from Ovid passing in a green blur,
heading towards perspectives of noseless busts,
open-mouthed ruins and roofless corridors
of Caesars whose second mantle is now the dust’s,
and this voice that rustles out of the reeds is yours.
To every line there is a time and a season.
You refreshed forms and stanzas; these cropped fields are
your stubble grating my cheeks with departure,
gray irises, your corn-wisps of hair blowing away.
Say you haven’t vanished, you’re still in Italy.
Yeah. Very still. God. Still as the turning fields
of Lombardy, still as the white wastes of that prison
like pages erased by a regime. Though his landscape heals
the exile you shared with Naso, poetry is still treason
because it is truth. Your poplars spin in the sun.

II

Whir of a pigeon’s wings outside a wooden window,
the flutter of a fresh soul discarding the exhausted heart.
Sun touches the bell-towers. Clangor of the cinquecento,
at wave-slapped landings vaporettos warp and depart
leaving the traveller’s shadow on the swaying stage
who looks at the glints of water that his ferry makes
like a comb through blond hair that plaits after its passage,
or book covers enclosing the foam of their final page,
or whatever the whiteness that blinds me with its flakes
erasing pines and conifers. Joseph, why am I writing this
when you cannot read it? The windows of a book spine open
on a courtyard where every cupola is a practice
for your soul encircling the coined water of Venice
like a slate pigeon and the light hurts like rain.
Sunday. The bells of the campaniles’ deranged tolling
for you who felt this stone-laced city healed our sins,
like the lion whose iron paw keeps our orb from rolling
under guardian wings. Craft with the necks of violins
and girls with the necks of gondolas were your province.
How ordained, on your birthday, to talk of you to Venice.
These days, in bookstores I drift towards Biography,
my hand gliding over names with a pigeon’s opening claws.
The cupolas enclose their parentheses over the sea
beyond the lagoon. Off the ferry, your shade turns the corners
of a book and stands at the end of perspective, waiting for me.

III

In this landscape of vines and hills you carried a theme
that travels across your raked stanzas, sweating the grapes
and blurring their provinces: the slow northern anthem
of fog, the country without borders, clouds whose shapes
change angrily when we begin to associate them
with substantial echoes, holes where eternity gapes
in a small blue door. All solid things await them,
the tree into kindling, the kindling to hearth-smoke,
the dove in the echo of its flight, the rhyme its echo,
the horizon’s hyphen that fades, the twigs’ handiwork
on a blank page and what smothers their cyrillics: snow,
the white field that a raven crosses with its black caw,
they are a distant geography and not only now,
you were always in them, the fog whose pliant paw
obscures the globe; you were always happier
with the cold and uncertain edges, not blinding sunlight
on water, in this ferry sidling up to the pier
when a traveller puts out the last spark of a cigarette
under his heel, and whose loved face will disappear
into a coin that the fog’s fingers rub together.

IV

The foam out on the sparkling strait muttering Montale
in gray salt, a slate sea, and beyond it flecked lilac
and indigo hills, then the sight of cactus in Italy
and palms, names glittering on the edge of the Tyrrhenian.
Your echo comes between the rocks, chuckling in fissures
when the high surf vanishes and is never seen again!
These lines flung for sprats or a catch of rainbow fishes,
the scarlet snapper, the parrot fish, argentine mullet,
and the universal rank smell of poetry, cobalt sea,
and self-surprised palms at the airport; I smell it,
weeds like hair swaying in water, mica in Sicily,
a smell older and fresher than the Norman cathedrals,
or restored aqueducts, the raw hands of fishermen
their anchor of dialect, and phrases drying on walls
based in moss. These are its origins, verse, they remain
with the repeated lines of waves and their crests, oars
and scansion, flocks and one horizon, boats with keels
wedged into sand, your own island or Quasimodo’s
or Montale’s lines wriggling like a basket of eels.
I am going down to the shallow edge to begin again,
Joseph, with a first line, with an old net, the same expedition.
I will study the opening horizon, the scansion’s strokes of the rain,
to dissolve in a fiction greater than our lives, the sea, the sun.

V

My colonnade of cedars between whose arches the ocean
drones the pages of its missal, each trunk a letter
embroidered like a breviary with fruits and vines,
down which I continue to hear an echoing architecture
of stanzas with St. Petersburg’s profile, the lines
of an amplified cantor, his tonsured devotion.
Prose is the squire of conduct, poetry the knight
who leans into the flaming dragon with a pen’s lance,
is almost unhorsed like a picador, but tilts straight
in the saddle. Crouched over paper with the same stance,
a cloud in its conduct repeats your hair-thinning shape.
A conduct whose meter and poise were modeled on Wystan’s,
a poetry whose profile was Roman and open, the bust
of a minor Caesar preferring a province of distance
to the roar of arenas, a duty obscured by dust.
I am lifted above the surf’s missal, the columned cedars,
to look down on my digit of sorrow, your stone, I have drifted
over books of cemeteries to the Atlantic whose shores
shrivel, I am an eagle bearing you towards Russia,
holding in my claws the acorn of your heart that restores
you past the Black Sea of Publius Naso
to the roots of a beech-tree; I am lifted with grief and praise, so
that your speck widens with elation, a dot that soars.

VI

Now evening after evening after evening,
August will rustle from the conifers, an orange light
will seep through the stones of the causeway, shadows
lie parallel as oars across the long hull of asphalt,
the heads of burnished horses shake in parched meadows
and prose hesitates on the verge of meter. The vault
increases, its ceiling crossed by bats or swallows,
the heart climbs lilac hills in the light’s declension,
and grace dims the eyes of a man nearing his own house.
The trees close their doors, and the surf demands attention.
Evening is an engraving, a silhouette’s medallion
darkens loved ones in their profile, like yours,
whose poetry transforms reader into poet. The lion
of the headland darkens like St. Mark’s, metaphors
breed and flit in the cave of the mind, and one hears
in the waves’ incantation and the August conifers,
and reads the ornate cyrillics of gesturing fronds
as the silent council of cumuli begins convening
over an Atlantic whose light is as calm as a pond’s
and lamps bud like fruit in the village, above roofs, and the hive
of constellations appears, evening after evening,
your voice, through the dark reeds of lines that shine with life.

Derek Walcott

da “The Bounty: Poems”, Farrar, Straus and Giroux, 1998

The Poetry of Derek Walcott 1948–2013, Faber & Faber, 2014 (Formato Kindle)
E-reader Kindle Voyage, schermo da 6″ ad alta risoluzione (300 ppi) con luce integrata a regolazione automatica, sensori VoltaPagina, Wi-Fi

«In fondo a questo verso…» – Derek Walcott

Karen Hollingsworth, Contemplation, 2013, Elliott Fouts Gallery, Sacramento, California

 

34

In fondo a questo verso si sta aprendo una porta
che dà su un terrazzo azzurro dove si poserà un gabbiano
con dita uncinate, poi, come un’immagine che si stacca
da un’idea, sbatterà le ali in lente scansioni sulla placca
battuta del mare meridiano, un foglio che la mia mano
destra manovra — una vela diretta in Martinica o in Sicilia.
Nella distanza maculata di lillà, i medesimi promontori arrugginiscono
in macchie di casolari soffiati dalla spuma dei frangenti,
e l’eco di un gabbiano dove l’ombra di un gabbiano sfrecciava
tra mari assolati. Nessun grido è abbastanza esultante
per la mia gratitudine, per il cuore che spalanca i suoi cardini
e mi inclina le costole con la luce. Alla fine, più lenta
di un gabbiano sull’acqua, un’ombra si allunga, a poco
a poco, fino a coprire il prato. Vi è il medesimo ardore elevato
di tramonti retorici in Sicilia come in Martinica,
e il medesimo orizzonte ne sottolinea l’assenza luminosa,
là risplende chi a lungo abbiamo amato e, forse, non parla
per la gioia indicibile, perché la parola è dei mortali,
perché alla fine di ogni frase c’è una tomba,
o la porta azzurra del cielo o, un tempo, gli spalancati portali
del nostro asservito sublime. La sola luce che abbiamo risplende
su una guglia o una conchiglia mentre scende
a voltare questa pagina con un’onda che sbianca.

Derek Walcott

(Traduzione di Matteo Campagnoli)

da “Prima luce”, in “Derek Walcott, Isole”, Poesie scelte (1948-2004), Adelphi, 2009

Derek Walcott, Isole, Poesie scelte (1948-2004), Adelphi

∗∗∗

34

At the end of this line there is an opening door
that gives on a blue balcony where a gull will settle
with hooked fingers, then, like an image leaving an idea,
beat in slow scansion across the hammered metal
of the afternoon sea, a sheet that my right hand steers
a small sail making for Martinique or Sicily.
In the lilac-flecked distance, the same headlands rust
with flecks of houses blown from the spume of the trough,
and the echo of a gull where a gull’s shadow raced
between sunlit seas. No cry is exultant enough
for my thanks, for my heart that flings open its hinges
and slants my ribs with light. At the end, a shadow
slower than a gull’s over water lengthens, by inches,
and covers the lawn. There is the same high ardor
of rhetorical sunsets in Sicily as over Martinique,
and the same horizon underlines their bright absence,
the long-loved shining there who, perhaps, do not speak
from unutterable delight, since speech is for mortals,
since at the end of each sentence there is a grave
or the sky’s blue door or, once, the widening portals
of our disenfranchised sublime. The one light we have
still shines on a spire or a conch-shell as it falls
and folds this page over with a whitening wave.

Derek Walcott

da “The Bounty: Poems”, Farrar, Straus and Giroux, 1998

The Poetry of Derek Walcott 1948–2013, Faber & Faber, 2014 (Formato Kindle)
E-reader Kindle Voyage, schermo da 6″ ad alta risoluzione (300 ppi) con luce integrata a regolazione automatica, sensori VoltaPagina, Wi-Fi

«Sii felice ora a Cap…» – Derek Walcott

32

 

Sii felice ora a Cap, per le gioie più semplici –
per una fila di egrette che suggeriscono l’ultima parola,
per le recitazioni del mare che mi rientrano in testa
con domande che loro stesse cancellano, obliterando quella voce
demoniaca che ultimamente mi ha posseduto; inascoltata,
sussurra come fa il diavolo all’orecchio di un pazzo
che alle sue mani insanguinate farfuglia «ero posseduto»,
come il mulinare del mare in una conchiglia, simile allo scroscio
di applausi che precede l’attore elevando a un picco
d’orrore paralizzante il dubbio crescente
che il suo apice sia passato. Se è vero
che il mio dono si è inaridito, che ne è rimasto ben poco,
se quel tizio ha ragione allora non rimane altro da fare
che lasciare la poesia come una donna perché la ami
e non vuoi vederla ferita, men che meno da te;
quindi incamminati verso il ciglio della scogliera e innalzati,
sopra la gelosia, la stizza, la perfidia, con la grazia
di una fregata sopra il Barrel of Beef, la sua roccia;
sii grato di aver scritto bene in questo posto,
fa’ che le poesie strappate si involino da te come uno stormo
di bianche egrette in un lungo ultimo sospiro di liberazione.

Derek Walcott

(Traduzione di Matteo Campagnoli)

da “Egrette bianche”, Adelphi Edizioni, 2015

∗∗∗

32.

 

«Be happy now at Cap…»

Be happy now at Cap, for the simplest joys—
for a line of white egrets prompting the last word,
for the sea’s recitation re-entering my head
with questions it erases, cancelling the demonic voice
by which I have recently been possessed; unheard,
it whispers the way the fiend does to a madman
who gibbers to his bloody hands that he was seized
the way the sea swivels in the conch’s ear, like the roar
of applause that precedes the actor with increased
doubt to the pitch of paralysed horror
that his prime is past. If it is true
that my gift has withered, that there’s little left of it,
if this man is right then there’s nothing else to do
but abandon poetry like a woman because you love it
and would not see her hurt, least of all by me;
so walk to the cliff’s edge and soar above it,
the jealousy, the spite, the nastiness, with the grace
of a frigate over Barrel of Beef, its rock;
be grateful that you wrote well in this place,
let the torn poems sail from you like a flock
of white egrets in a long last sigh of release.

Derek Walcott

da “White Egrets”, New York: Farrar, Straus & Giroux, 2010

Nel village – Derek Walcott

Mario de Biasi, New York, 1955

Mario de Biasi, New York, 1955

I

Stavo salendo dalla metro e c’erano delle persone
ferme sui gradini come se sapessero qualcosa
che io non sapevo. Erano gli anni della Guerra Fredda
e della pioggia radioattiva. Ho guardato e l’intera avenue
era vuota, letteralmente intendo, e ho pensato:
Gli uccelli hanno lasciato le città e la piaga
del silenzio si moltiplica nelle loro arterie, c’è stata
la guerra e l’hanno persa e non c’è niente di sottile o di vago
in questo vuoto terrificante che è New York. Ho còlto
il rumore di un altoparlante che avvisava ripetutamente
le ultime persone, forse amanti a passeggio,
che il mondo stava per finire quella mattina
sulla Sesta o la Settima senza gente che andava al lavoro
in quella prospettiva terrificante e non contraddetta.
Non era il modo di morire, ma neanche di vivere.
Be’, se fossimo bruciati, almeno eravamo a New York.

II

A New York vivono tutti in una sit-com.
Io, in un romanzo latinoamericano, uno
in cui un viejo dai capelli color egretta è scosso
da un dolore invisibile, un’oscena afflizione, 
e l’annota segretamente, finché non gliela leggi in faccia,
le rughe parentetiche che, con suo sommo imbarazzo,
confermano il racconto. Senti, è solo la vecchia
storia di un cuore che non vuole darsi per vinto,
anche senza speranze, donchisciottesco. È solo uno che
non spezzerà il cuore a nessuno, anche se il colonnello brizzolato
si rizzasse sul suo destriero alla carica, in una battaglia
che non gli varrà una statua. È il sortilegio
di un normale amore non corrisposto. Guarda queste egrette
che incedono sul prato in truppe scomposte, bianche insegne
che arrancano derelitte; sono i rimpianti scoloriti
delle memorie di un vecchio, le loro strofe mai scritte.
Pagine che svolazzano come ali sul prato, segreti svelati.

III

Chi mi ha tolto la macchina per scrivere dalla scrivania,
così che adesso sono un musicista senza piano
con il vuoto davanti, limpido e grottesco come un’altra
primavera? Le mie vene gemmano, sono così pieno
di poesie, un cestino colmo di fili neri.
Fuori le note sono visibili; i passeri punteggeranno
le antenne come pentagrammi, com’erano le primavere,
ma i tetti sono freddi e il grande fiume grigio
con una nave che passa, enorme come una collina in inverno,
si muove impercettibilmente come gli anni
che si accumulano. Non ho ragione di perdonarla
per ciò che mi sono fatto da solo. Ho vinto l’odio,
il desiderio dell’Italia dove le raffiche di neve
assolvono e imbiancano le montagne inginocchiate
fuori Milano. Dietro il vetro, aspetto che il richiamo
di un uccello scardini l’inizio della primavera,
ma le mie mani, il mio lavoro, mi sembrano strani
senza la musica arrugginita della mia macchina. Nessuna parola
per la nave artica che scende lungo l’Hudson, per la scabbia
della neve che si scrosta dai tetti. Nessuna poesia. Nessun uccello.

IV
IL SWEET LIFE CAFÉ

Se sprofondo in un silenzio brizzolato
a volte, sulla tovaglia a scacchi rossi
fuori dal Sweet Life Café, quando il rumore
del traffico domenicale nel Village è lieve come una falena
indaffarata in un ripostiglio, è per via dell’età,
cosa che di rado ammetto, o, onestamente, persino penso.
I miei furori sono intatti, anche se la mia rabbia domestica
è illogica, diabetica, senza alcuna diminuzione dell’amore
anche se la mia mano trema follemente, ma non su questa pagina.
La mia lussuria è in piena forma, ma, se anche
tutte le mie torri si sgretolassero come sabbia,
la gioia continuerà a piegare i canneti con l’esultanza
della mia penna sulla strada per Vieuxfort con la citronella
bianca nel sole e, come per il mare che si frange
nella baia a Praslin, anche loro si sommano alla grazia
che ho provato e che la morte porterà via
dalla mia mano su questa tovaglia a scacchi in questo bel posto.

Derek Walcott

(Traduzione di Matteo Campagnoli)

da “Egrette bianche”, Adelphi Edizioni, 2015

∗∗∗

In the Village

I

I came up out of the subway and there were
people standing on the steps as if they knew
something I didn’t. This was in the Cold War,
and nuclear fallout. I looked and the whole avenue
was empty, I mean utterly, and I thought,
The birds have abandoned our cities and the plague
of silence multiplies through their arteries, they fought
the war and they lost and there’s nothing subtle or vague
in this horrifying vacuum that is New York. I caught
the blare of a loudspeaker repeatedly warning
the last few people, maybe strolling lovers in their walk,
that the world was about to end that morning
on Sixth or Seventh Avenue with no people going to work
in that uncontradicted, horrifying perspective.
It was no way to die, but it’s also no way to live.
Well, if we burnt, it was at least New York.

II

Everybody in New York is in a sitcom.
I’m in a Latin American novel, one
in which an egret-haired viejo shakes with some
invisible sorrow, some obscene affliction,
and chronicles it secretly, till it shows in his face,
the parenthetical wrinkles confirming his fiction
to his deep embarrassment. Look, it’s
just the old story of a heart that won’t call it quits
whatever the odds, quixotic. It’s just one that’ll
break nobody’s heart, even if the grizzled colonel
pitches from his steed in a cavalry charge, in a battle
that won’t make him a statue. It is the hell
of ordinary, unrequited love. Watch those egrets
trudging the lawn in a dishevelled troop, white banners
trailing forlornly; they are the bleached regrets
of an old man’s memoirs, printed stanzas
showing their hinged wings like wide open secrets.

III

Who has removed the typewriter from my desk,
so that I am a musician without his piano
with emptiness ahead as clear and grotesque
as another spring? My veins bud, and I am so
full of poems, a wastebasket of black wire.
The notes outside are visible; sparrows will
line antennae like staves, the way springs were,
but the roofs are cold and the great grey river
where a liner glides, huge as a winter hill,
moves imperceptibly like the accumulating
years. I have no reason to forgive her
for what I brought on myself. I am past hating,
past the longing for Italy where blowing snow
absolves and whitens a kneeling mountain range
outside Milan. Through glass, I am waiting
for the sound of a bird to unhinge the beginning
of spring, but my hands, my work, feel strange
without the rusty music of my machine. No words
for the Arctic liner moving down the Hudson, for the mange
of old snow moulting from the roofs. No poems. No birds.

IV
THE SWEET LIFE CAFÉ

If I fall into a grizzled stillness
sometimes, over the red-chequered tablecloth
outdoors of the Sweet Life Café, when the noise
of Sunday traffic in the Village is soft as a moth
working in storage, it is because of age
which I rarely admit to, or, honestly, even think of.
I have kept the same furies, though my domestic rage
is illogical, diabetic, with no lessening of love
though my hand trembles wildly, but not over this page.
My lust is in great health, but, if it happens
that all my towers shrivel to dribbling sand,
joy will still bend the cane-reeds with my pen’s
elation on the road to Vieuxfort with fever-grass
white in the sun, and, as for the sea breaking
in the gap at Praslin, they add up to the grace
I have known and which death will be taking
from my hand on this chequered tablecloth in this good place.

Derek Walcott

da “White Egrets”, New York: Farrar, Straus & Giroux, 2010

Egrette bianche – Derek Walcott

Hengki Koentjoro, Mangrove Symphony

Hengki Koentjoro, Mangrove Symphony

I

Attento alla luce del tempo e a quanto spesso permetterà
alle ombre del mattino di allungarsi sul prato
alle egrette impettite di scuotere i becchi e inghiottire
quando tu, non loro, o tu e loro, sarete spariti;
ai pappagalli vociferanti di lanciare la loro flotta all’alba
all’aprile d’incendiare la violetta africana
nel mondo tambureggiante che t’inumidisce gli occhi stanchi
dietro due lenti appannate, l’alba, il tramonto,
le calme devastazioni del diabete.
Accetta tutto con frasi pacate,
con l’assegnazione scolpita che dispone ogni strofa;
impara come il prato assolato non innalza difese
contro le domande pungenti delle egrette e la risposta della notte.

II

L’eleganza di quelle egrette bianche dal becco arancione,
ognuna una brocca che incede, gli olivi fitti,
i cedri che consolano la furia di un ruscello torrenziale
nella stagione delle piogge; in quella pace
di là dai desideri e di là dai rimpianti,
alla quale infine potrò forse arrivare,
con le palme che si afflosciano al sole come portantine
con sotto ombre tigresche. Saranno lì
dopo che la mia ombra con tutti i suoi peccati
sarà entrata in una verde boscaglia di oblio,
con lo spuntare e il calare di cento soli
sopra la Valle di Santa Cruz quando amavo invano.

III

Guardo gli alberi enormi agitarsi sul bordo del prato
come un mare gonfio senza creste, i bambù scuotono il collo
come cavalli presi al lazo mentre le foglie gialle, strappate
dai rami scudiscianti, diventano una valanga;
tutto questo prima che una pioggia si riversi allarmante dal telo
zuppo, a brandelli del cielo come una vela irreparabile,
rovesciandosi in scrosci e offuscando del tutto le colline
come se l’intera valle fosse uno scafo che resiste alla burrasca
e i boschi non fossero alberi ma onde di un mare in tempesta.
Quando la luce s’incrina e il tuono geme come fosse afflitto
e tu sei al sicuro in una casa buia nell’interno di Santa
Cruz, senza luci, la corrente saltata all’improvviso,
pensi: «Chi offrirà riparo al falco tremante
e all’impeccabile egretta e all’airone color nube
e ai pappagalli in panico per il finto incendio dell’alba? ».

IV

Questi uccelli che continuano a posare per Audubon,
la Garzella nivea o l’Airone bianco in un libro
che, quand’ero ragazzo, si apriva come un prato
nella smeraldina Santa Cruz, sanno di essere belli,
perfezione che incede. Punteggiano le isole
lungo i fiumi, nelle paludi di mangrovie o nei pascoli,
planano sugli stagni, poi si equilibrano sul dorso
setoso di una giovenca, o sfuggono al disastro
durante gli uragani, e beccano le zecche
con colpetti elettrici come fosse un puro privilegio
studiarli nella loro mitica pretesa
di aver attraversato il mare in volo dall’Egitto
col faraonico ibis, le sue zampe e il becco arancioni
profilati nella quiete per adornare una cripta,
poi si lanciano con ali che, sbattendo più rapide,
sono sicure come quelle di un serafino quando sbattono.

V

L’ideale perpetuo è lo stupore.
Il prato verde e fresco, gli alberi tranquilli, la foresta
laggiù sulla collina, poi, il bianco ansito di un’egretta
che irrompe nella cornice poi atterra e si assesta
coi suoi passi impacciati fino a fermarsi, eretta,
un emblema! Un altro pensiero ti sorprende:
uno sparviero sul polso di un ramo, silenzioso, come un falcone,
schizza in cielo, volteggiando sopra l’elogio o la colpa,
con la tua stessa altera indifferenza, poi scende
in picchiata per ghermire un topo con gli artigli.
La pagina del prato e questa pagina sono un’unica cosa,
un’egretta stupisce la pagina, lo sparviero alto stride
sopra una cosa morta, un amore che era pura punizione.

VI

Per metà settimana a Natale non le avevo più viste,
le egrette, e nessuno mi diceva perché se n’erano andate,
ma ora sono tornate con la pioggia, becco arancione,
stinchi rosa e testa picchiettante, tornate sul prato
dove stavano prima sotto la pioggia chiara e illimitata
della Valle di Santa Cruz, che, quando piove, cade
ininterrotta sui cedri finché non annebbia la pianura.
Le egrette hanno il colore delle cascate
e delle nuvole. Alcuni amici, i pochi rimasti,
stanno morendo, ma le egrette incedono nella pioggia
come se nulla di mortale potesse toccarle, o prendono il volo
come angeli bruschi, si librano, poi atterrano ancora.
A volte le colline stesse scompaiono
come gli amici, lentamente, ma sono più felice
adesso che sono tornate, come i ricordi, come le preghiere.

VII

Con l’agio di una foglia che cade nella foresta,
un giallo pallido che rotea sul verde – la mia fine.
Presto verrà la stagione secca, le colline arrugginiranno,
le egrette affondano i colli ondulanti, chinandosi,
becchettando vermi e larve dopo la pioggia;
a volte erette come birilli da bowling, stanno lì
mentre strisce di ovatta si staccano dai monti,
poi quando si muovono, impacciate, muovono questa mano
con le dita allargate delle loro zampe, i colli rapidi.
Condividiamo lo stesso istinto, il vorace cibarsi
del becco della mia penna, quel raccogliere insetti
che si dimenano come nomi e ingoiarli, col pennino che legge
mentre scrive e scrolla via quello che il becco rigetta.
La selezione è ciò che insegnano le egrette
sul prato ampio e aperto, la testa che annuisce mentre leggono
in risoluto silenzio, una lingua al di là delle parole.

VIII

Eravamo accanto alla piscina di un amico a St. Croix
e Joseph e io parlavamo; fu lui che s’interruppe,
durante questa visita che speravo si godesse,
per indicare, trasalendo, non ferma o in movimento
ma fissa nel grande albero da frutta, una visione che lo scosse,
«sembra uscito da Bosch» disse. Quell’enorme uccello
era lì all’improvviso, forse lo stesso che lo prese,
un’egretta o un airone sepolcrale; la parola impronunciabile
era sempre con noi, come Eumeo, un terzo compagno,
e ciò che lo colpì, lui che amava la neve, ciò che lo fece arrestare
fu che l’uccello era di un tale biancore spettrale.
Ora quando al pomeriggio o di sera sul prato
le egrette si levano insieme in un volo silenzioso
o virano, come una regata, sull’erba verde mare,
sono anime serafiche, com’era Joseph.

Derek Walcott

(Traduzione di Matteo Campagnoli)

da “Egrette bianche”, Adelphi Edizioni, 2015

∗∗∗

White Egrets

I

Cautious of time’s light and how often it will allow
the morning shadows to lengthen across the lawn
the stalking egrets to wriggle their beaks and swallow
when you, not they, or you and they, are gone;
for clattering parrots to launch their fleet at sunrise
for April to ignite the African violet
in the drumming world that dampens your tired eyes
behind two clouding lenses, sunrise, sunset,
the quiet ravages of diabetes.
Accept it all with level sentences
with sculpted settlement that sets each stanza,
learn how the bright lawn puts up no defenses
against the egret’s stabbing questions and the night’s answer.

II

The elegance of those white, orange-billed egrets,
each like a stalking ewer, the thick olive trees,
cedars consoling a stream that roars torrentially
in the wet season; into that peace
beyond desires and beyond regrets,
at which I may arrive eventually,
whose palms droop in the sun like palanquins
with tigerish shadows under them. They shall
be there after my shadow passes with all its sins
into a green thicket of oblivion,
with the rising and setting of a hundred suns
over Santa Cruz Valley when I loved in vain.

III

I watch the huge trees tossing at the edge of the lawn
like a heaving sea without crests, the bamboos plunge
their necks like roped horses as yellow leaves, torn
from the whipping branches, turn to an avalanche;
all this before the rain scarily pours from the burst,
sodden canvas of the sky like a hopeless sail,
gusting in sheets and hazing the hills completely
as if the whole valley were a hull outriding the gale
and the woods were not trees but waves of a running sea.
When light cracks and thunder groans as if cursed
and you are safe in a dark house deep in Santa
Cruz, with the lights out, the current suddenly gone,
you think: “Who’ll house the shivering hawk, and the
impeccable egret and the cloud-colored heron,
and the parrots who panic at the false fire of dawn?”

IV

These birds keep modeling for Audubon,
the Snowy Egret or White Heron in a book
that, in my youth, would open like a lawn
in emerald Santa Cruz, knowing how well they look,
strutting perfection. They speckle the islands
on river-bank, in mangrove marsh or cattle pasture,
gliding over ponds, then balancing on the ridge
of a silken heifer, or fleeing disaster
in hurricane weather, and picking ticks
with their electric stab as if it were sheer privilege
to study them in their mythical conceit
that they have beat across the sea from Egypt
with the pharaonic ibis, its orange beak and feet
profiled in quiet to adorn a crypt,
then launch themselves with wings that, beating faster
are certain as a seraph’s when they beat.

V

The perpetual ideal is astonishment.
The cool green lawn, the quiet trees, the forest
on the hill there, then, the white gasp of an egret sent
sailing into the frame then teetering to rest
with its gawky stride, erect, an egret-emblem!
Another thought surprises: a hawk on the wrist
of a branch, soundlessly, like a falcon,
shoots into heaven, circling above praise or blame,
with the same high indifference as yours,
now dropping to tear a field mouse with its claws.
The page of the lawn and this open page are the same,
an egret astonishes the page, the high hawk caws
over a dead thing, a love that was pure punishment.

VI

I hadn’t seen them for half of the Christmas week,
the egrets, and no one told me why they had gone,
but they are back with the rain now, orange beak,
pink shanks and stabbing head, back on the lawn
where they used to be in the clear, limitless rain
of the Santa Cruz Valley, which, when it rains, falls
steadily against the cedars till it mists the plain.
The egrets are the color of waterfalls,
and of clouds. Some friends, the few I have left,
are dying, but the egrets stalk through the rain
as if nothing mortal can affect them, or they lift
like abrupt angels, sail, then settle again.
Sometimes the hills themselves disappear
like friends, slowly, but I am happier
that they have come back now, like memory, like prayer.

VII

With the leisure of a leaf falling in the forest,
pale yellow spinning against green—my ending.
Soon it will be the dry season, the hills will rust,
the egrets dip their necks undulant, bending,
stabbing at worms and grubs after the rain,
sometimes erect as bowling pins, they stand
as strips of cotton-wool peel from the mountain,
then when they move, gawkily, they move this hand
with their feet’s splayed fingers, their darting necks.
We share one instinct, that ravenous feeding
my pen’s beak, plucking up wriggling insects
like nouns and gulping them, the nib reading
as it writes, shaking off angrily what its beak rejects,
selection is what the egrets teach
on the wide-open lawn, heads nodding as they read
in purposeful silence, a language beyond speech.

VIII

We were by the pool of a friend’s house in St. Croix
and Joseph and I were talking; he stopped the talk,
on this visit I had hoped that he would enjoy
to point out, with a gasp, not still or stalking
but fixed in the great fruit tree, a sight that shook him
“like something out of Bosch,” he said. The huge bird was
suddenly there, perhaps the same one that took him,
a sepulchral egret or heron; the unutterable word was
always with us, like Eumaeus, a third companion
and what got him, who loved snow, what brought it on
was that the bird was such a spectral white.
Now when at noon or evening on the lawn
the egrets soar together in noiseless flight
or tack, like a regatta, the sea-green grass,
they are seraphic souls, as Joseph was.

Derek Walcott

da “White Egrets”, New York: Farrar, Straus & Giroux, 2010

Migranti – Derek Walcott

Foto di Sebastião Salgado

Foto di Sebastião Salgado

 

L’onda della marea dei rifugiati, non un semplice passo di oche
selvatiche, gli occhi di carbone nei vagoni merci, le facce
smunte, e in particolare lo sguardo fisso dei bambini
emaciati, gli enormi fardelli che traversano i ponti, gli assali
che cricchiano con un suono di giunture e di ossa, la macchia scura
che passa le frontiere sulle carte geografiche e ne dissolve le forme,
come succede ai corpi dei morti dentro le fosse di calce, o come
fa il pacciame luccicante che si disfa sotto i piedi in autunno
nel fango, mentre il fumo di un cipresso segnala Sachenhausen,
e quelli che non stanno sopra un treno, che non hanno muli o cavalli,
quelli che hanno messo la sedia a dondolo e la macchina per cucire
sul carretto a mano perché da tempo le bestie hanno lasciato
i loro campi al galoppo per tornare alla mitologia del perdono,
alle campane di pietra sui ciottoli della domenica e al cono
della guglia del campanile aranciato che buca le nubi sopra i tigli,
quelli che appoggiano la mano stanca sulla sponda del carro
come sul fianco del mulo, le donne con la faccia di selce
e gli zigomi di vetro, con gli occhi velati di ghiaccio che hanno
il colore degli stagni dove posano le anitre, e per le quali
c’è un solo cielo e una sola stagione nel corso di un anno
ed è quando il corvo come un ombrello rotto sbatte le ali,
si sono tutti ridotti alla comune e incredibile lingua
della memoria, e questa gente che non ha una casa e nemmeno
una provincia parla delle fonti limpide e parla delle mele,
e del suono del latte in estate dentro le zangole piene,
e tu da dove vieni, da quale regione, io conosco
quel lago e anche le locande, la birra che si beve,
e quelle sono le montagne dove riponevo la mia fede,
ma adesso sulla carta, che è simile a un mostro, altro non si vede
che una rotta che ci porta verso il Nulla, anche se sul retro
c’è la veduta di un posto che si chiama la Valle del Perdono,
dove il solo governo è quello dell’albero dei pomi e le forze
schierate dell’esercito sono gli striscioni di orzo
all’interno di umili tenute, e questa è la visione
che a poco a poco si restringe dentro le pupille
di chi muore e di chi si abbandona in un fosso,
rigido e con la fronte che diventa fredda come le pietre
che ci hanno bucato le scarpe e grigia come le nuvole
che quando il sole si leva, si trasformano subito in cenere
sopra i pioppi e sopra le palme, nell’ingannevole aurora
di questo nuovo secolo che è il vostro.

Derek Walcott

St. Lucia, Caraibi, 16 giugno 2000

(Traduzione di Luigi Sampietro)

dalla rivista “Poesia”, Anno XXIX, Ottobre 2016, N. 319, Crocetti Editore

∗∗∗

Prodigal, 3° excerpt

 II
to Luigi Sampietro

The tidal motion of refugees, not the flight of wild geese,
the faces in freight cars, haggard and coal-eyed,
particularly the peaked stare of children,
the huge bundles crossing bridges, axles creaking
as if joints and bones were audible, the dark stain
spreading on maps whose shapes dissolve their frontiers
the way that corpses melt in a lime-pit or
the bright mulch of autumn is trampled into mud,
and the smoke of a cypress signals Sachsenhausen,
those without trains, without mules or horses,
those who have the rocking chair and the sewing machine
heaped on a human cart, a wagon without horses
for horses have long since galloped out of their field
back to the mythology of mercy, back to the cone
of the orange steeple piercing clouds over the lindens
and the stone bells of Sunday over the cobbles,
those who rest their hands on the sides of the carts
as if they were the flanks of mules, and the women
with flint faces, with glazed cheekbones, with eyes
the color of duck-ponds glazed over with ice,
for whom the year has only one season, one sky:
that of the rooks flapping like torn umbrellas,
all have been reduced into a common language,
the homeless, the province-less, to the incredible memory
of apples and clean streams, and the sound of milk
filling the summer churns, where are you from,
what was your district, I know that lake, I know the beer,
and its inns, I believed in its mountains,
now there is a monstrous map that is called Nowhere
and that is where we’re all headed, behind it
there is a view called the Province of Mercy,
where the only government is that of the apples
and the only army the wide banners of barley
and its farms are simple, and that is the vision
that narrows in the irises and the dying
and the tired whom we leave in ditches
before they stiffen and their brows go cold
as the stones that have broken our shoes,
as the clouds that grow ashen so quickly after dawn
over palm and poplar, in the deceitful sunrise
of this, your new century.

Derek Walcott

da “The Prodigal”, Farrar, Straus and Giroux, 2004

Il mare è Storia – Derek Walcott

Mimmo Jodice, Licola I, 2000

Mimmo Jodice, Licola I, 2000

 

Dove sono i vostri monumenti, le vostre battaglie, màrtiri?
Dov’è la vostra memoria tribale? Signori,
in quella grigia volta. Il mare, il mare
li rinchiude. Il mare è Storia.

All’inizio ribolliva l’olio,
pesante come il caos;
poi, come una luce in fondo a una galleria,

la lanterna d’una caravella,
e quella fu la Genesi.
Poi ci furono gli urli assordanti,
la merda, i lamenti:

l’Esodo.
Osso ad osso saldato dal corallo,
mosaici
avvolti dall’ombra benedicente dello squalo,

quella fu l’Arca della Testimonianza.
Poi vennero dai pizzicati fili
della luce sul fondo del mare
l’arpe dolenti della cattività babilonese,
quali le bianche cipree agglomerate come manette
sulle donne annegate,
e quelli furono gli eburnei bracciali
del Canto di Salomone,
ma il mare continuava a voltare pagine bianche

cercando la Storia.
Poi vennero gli uomini con occhi pesanti come ancore
che affondavano senza tombe,

briganti che grigliavano bestiame,
lasciando le loro costole carbonizzate come foglie di palma sul lido,
poi lo schiumoso, feroce gabbiano

della marea che ingoia Port Royal,
e quello fu Giona,
ma dov’è il vostro Rinascimento?

Signore, è chiuso in quelle sabbie
laggiù oltre il fiacco piano del frangente,
dove gli uomini di guerra scendevano;

metti gli occhiali subacquei, ti ci porterò io,
È tutto impalpabile e glauco
tra i colonnati di corallo,

oltre le finestre gotiche delle gorgonie
fin dove la crostosa cernia, occhivenata,
ammicca, carica dei suoi gioielli, come una calva regina;

e queste grotte lunettate con cirripedi
bucherellati come pietra
sono le nostre cattedrali,

e la fornace prima degli uragani:
Gomorra. Ossa tritate dai mulini a vento
in marna e crusca −

ecco le Lamentazioni −
nient’altro che Lamentazioni,
non Storia;

poi vennero, come schiuma sul labbro semiasciutto del fiume,
le brune canne dei villaggi
che spumeggiano e congelano in città,

e la sera, i cori dei moscerini,
e, sopra, le cuspidi
spinte nel fianco di Dio
mentre Suo figlio moriva, e quello fu il Nuovo Testamento.

Poi vennero le bianche sorelle che applaudivano
il progresso dell’onda,
ed ecco l’Emancipazione −
giubilo, giubilo −
presto svanito
mentre il pizzo del mare s’asciugava al sole,

ma non era la Storia,
non era che fede,
e poi ogni roccia divenne nazione a sé;

poi venne il sinodo delle mosche,
poi venne l’airone segretariale,
poi venne la rumorosa rana toro in cerca di voti,

lucciole con idee brillanti,
e pipistrelli come ambasciatori volanti
e la mantide, come una poliziotta in cachi,

e i pelosi bruchi dei giudici
che esaminavano ogni caso da vicino,
e poi nelle scure orecchie delle felci

e nel gorgoglio salino delle rocce
con i loro stagni di mare ecco il suono
come un sussurro senza alcun eco

della Storia, che incomincia.

Derek Walcott

(Traduzione di Nicola Gardini)

dalla rivista “Poesia”, Anno XVIII, Dicembre 2005, N. 200, Crocetti Editore

∗∗∗

The sea is History

Where are your monuments, your battles, martyrs?
Where is your tribal memory? Sirs,
in that gray vault. The sea. The sea
has locked them up. The sea is History.

First, there was the heaving oil,
heavy as chaos;
then, like a light at the end of a tunnel,

the lantern of a caravel,
and that was Genesis.
Then there were the packed cries,
the shit, the moaning:

Exodus.
Bone soldered by coral to bone,
mosaics
mantled by the benediction of the shark’s shadow,

that was the Ark of the Covenant.
Then came from the plucked wires
of sunlight on the sea floor

the plangent harps of the Babylonian bondage,
as the white cowries clustered like manacles
on the drowned women,

and those were the ivory bracelets
of the Song of Solomon,
but the ocean kept turning blank pages

looking for History.
Then came the men with eyes heavy as anchors
who sank without tombs,

brigands who barbecued cattle,
leaving their charred ribs like palm leaves on the shore,
then the foaming, rabid maw

of the tidal wave swallowing Port Royal,
and that was Jonah,
but where is your Renaissance?

Sir, it is locked in them sea sands
out there past the reef’s moiling shelf,
where the men-o’-war floated down;

strop on these goggles, I’ll guide you there myself.
It’s all subtle and submarine,
through colonnades of coral,

past the gothic windows of sea fans
to where the crusty grouper, onyx-eyed,
blinks, weighted by its jewels, like a bald queen;

and these groined caves with barnacles
pitted like stone
are our cathedrals,

and the furnace before the hurricanes:
Gomorrah. Bones ground by windmills
into marl and cornmeal,

and that was Lamentations—
that was just Lamentations,
it was not History;

then came, like scum on the river’s drying lip,
the brown reeds of villages
mantling and congealing into towns,

and at evening, the midges’ choirs,
and above them, the spires
lancing the side of God

as His son set, and that was the New Testament.

Then came the white sisters clapping
to the waves’ progress,
and that was Emancipation—

jubilation, O jubilation—
vanishing swiftly
as the sea’s lace dries in the sun,

but that was not History,
that was only faith,
and then each rock broke into its own nation;

then came the synod of flies,
then came the secretarial heron,
then came the bullfrog bellowing for a vote,

fireflies with bright ideas
and bats like jetting ambassadors
and the mantis, like khaki police,

and the furred caterpillars of judges
examining each case closely,
and then in the dark ears of ferns

and in the salt chuckle of rocks
with their sea pools, there was the sound
like a rumor without any echo

of History, really beginning.

Derek Walcott

da “The Star-Apple Kingdom”, New York: Farrar, Straus & Giroux, 1979