La sonata al chiaro di luna – Ghiannis Ritsos

Foto di Rebecca Litchfield

Foto di Rebecca Litchfield

 

(Sera primaverile. Grande stanza di una vecchia casa. Una donna anziana, vestita di nero, parla a un giovane. Non hanno acceso la luce. Dalle due finestre entra un implacabile chiaro di luna. Ho dimenticato di dire che la Donna in Nero ha pubblicato due o tre interessanti raccolte di versi di ispirazione religiosa. Dunque, la Donna in Nero parla al Giovane):

Lasciami venire con te. Che luna stasera! 
La luna è buona – non si vedrà 
che si sono imbiancati i miei capelli. La luna 
me li farà di nuovo biondi. Non te ne accorgerai. 
Lasciami venire con te. 

Con la luna ingrandiscono le ombre nella casa, 
mani invisibili tirano le tende, 
un dito pallido scrive sulla polvere del piano 
parole dimenticate – non le voglio sentire. Taci. 

Lasciami venire con te 
poco piú avanti, fino al recinto del mattonificio, 
fin dove la strada svolta e appare 
la città d’aria e di cemento, calcinata dal chiaro di luna, 
cosí indifferente e immateriale,
cosí positiva, quasi metafisica, 
che puoi finalmente credere che esisti e non esisti 
che non sei mai esistito, non è esistito il tempo con la sua rovina. 
Lasciami venire con te. 

Ci sederemo un poco sul muretto, sull’altura, 
rinfrescandoci al vento di primavera 
forse immagineremo pure di volare, 
perché spesso, e perfino ora, sento il fruscío della mia veste 
che pare il battito di due ali forti, 
e quando ti chiudi in questo rumore del volo 
senti tendersi il collo, i fianchi, la tua carne, 
e cosí stretto nei muscoli del vento azzurro, 
nei nervi robusti dell’altezza, 
non ha importanza che tu parta o torni 
né conta che i miei capelli siano bianchi,
(non è questo che mi dà pena – mi dà pena 
che non mi s’imbianchi anche il cuore). 
Lasciami venire con te. 

Lo so, ciascuno cammina solo verso l’amore, 
solo verso la gloria e la morte. 
Lo so. L’ho provato. Non giova a niente. 
Lasciami venire con te. 

Questa casa è abitata dai fantasmi, mi scaccia –
voglio dire ch’è invecchiata molto, i chiodi si staccano, 
i quadri è come se si tuffassero nel vuoto, 
gli intonaci cadono in silenzio
come il cappello del morto cade dall’attaccapanni nel corridoio scuro 
come il guanto di lana consunto cade dalle ginocchia del silenzio 
o come una striscia di luna cade sulla vecchia poltrona sventrata. 

Un tempo era giovane anche lei – non la foto che guardi con tanta diffidenza, 
parlo della poltrona, cosí riposante, potevi sedertici per ore 
e a occhi chiusi sognare a tuo piacimento
– un arenile umido e liscio, lucido per la luna, 
piú lucido delle mie vecchie scarpe di coppale che ogni mese porto dal lustrascarpe qui all’angolo, 
o della vela di un pescatore che si perde sul fondo cullata dal proprio respiro, 
una vela triangolare come un fazzoletto piegato di traverso 
come se non avesse nulla da chiudere o da contenere 
o da salutare sventolando. Ho sempre avuto la mania dei fazzoletti, 
non per tenervi ripiegato qualcosa, 
certi semi di fiori o camomilla raccolti nei campi verso sera, 
né farvi quattro nodi, come il berretto degli operai del cantiere di fronte, 
o per asciugarmi gli occhi – ho conservato buona la vista; 
non ho mai portato gli occhiali. Una semplice stravaganza i fazzoletti. 

Adesso li piego in quattro, in otto, in sedici 
per tenere occupate le dita. E ora mi ricordo 
che ritmavo cosí la musica quando andavo al Conservatorio 
col grembiule blu, il colletto bianco e due trecce bionde 
– 8, 16, 32, 64 –
per mano a un’amichetta-pesco tutta luce e fiori rosa, 
(perdona queste parole – una cattiva abitudine) – 32, 64 – e i miei riponevano 
grandi speranze nel mio talento musicale. Dunque, dicevo, la poltrona –
sventrata – si vedono le molle arrugginite, la paglia –
pensavo di portarla dal mobiliere qui accanto, 
ma chi ha il tempo, la voglia, i soldi  – che cosa riparare per prima? –
pensavo di buttarci su un lenzuolo – ho avuto paura 
del lenzuolo bianco con questo chiaro di luna. Qui si sono sedute 
persone che hanno sognato grandi sogni, come te, e come me del resto, 
e che ora riposano sottoterra senza che la pioggia o la luna li disturbi. 
Lasciami venire con te. 

Ci fermeremo un po’ in cima alla scala di marmo di San Nicola, 
poi tu scenderai e io tornerò indietro 
avendo sul fianco sinistro il calore del contatto casuale con la tua giacca, 
alcuni riquadri di luce delle piccole finestre del quartiere 
e questo fiato bianchissimo della luna che sembra un grande corteo di cigni d’argento –
non ho paura di questa frase, perché io 
molte notti di primavera, un tempo, ho dialogato con Dio, che mi è apparso 
nel manto di caligine e di gloria di un chiaro di luna come questo, 
e molti giovani, piú belli anche di te, gli ho sacrificato, 
svaporando cosí, bianca e inaccessibile nella mia fiamma bianca, nel biancore del chiaro di luna, 
incendiata dagli sguardi voraci degli uomini e dall’estasi incerta degli adolescenti, 
assediata da stupendi corpi abbronzati, 
da membra robuste addestrate nel nuoto, nei remi, nell’atletica, nel calcio (che fingevo di non vedere)
da fronti, labbra, colli, ginocchia, dita e occhi 
toraci, braccia, cosce (e davvero non li vedevo) 
 – sai, certe volte, ammirando, dimentichi quel che ammiri, ti basta l’ammirazione –
dio mio, che occhi pieni di stelle, e mi elevavo in un’apoteosi di stelle rifiutate 
perché, cosí assediata, da dentro e fuori, 
non mi restava altra via che verso l’alto o il basso. – No, non basta. 
Lasciami venire con te. 

Lo so che ormai si è fatto tardi. Lasciami, 
poiché per tanti anni, giorni e notti e meriggi purpurei, sono rimasta sola, 
irriducibile, immacolata e sola, 
perfino nel mio letto nuziale immacolata e sola, 
scrivendo versi gloriosi sulle ginocchia di Dio, 
versi che, ti assicuro, resteranno come scolpiti su un marmo irreprensibile 
oltre la mia vita e la tua, molto oltre. Non basta. 
Lasciami venire con te. 

Non fa piú per me questa casa. 
Non sopporto di portarla sulle spalle. 
Devi sempre badare a questo e a quello, 
a puntellare il muro con la grande credenza 
a puntellare la credenza con l’antichissimo tavolo intagliato 
a puntellare il tavolo con le sedie 
a puntellare le sedie con le mani 
a sostenere con la spalla la trave che ha ceduto. 
E il piano, chiuso come un feretro nero. Non osi aprirlo. 
Badare sempre a questo e a quello, che non cada, a non cadere tu. Non ce la faccio.
Lasciami venire con te. 

Questa casa, pur con tutti i suoi morti, non vuol saperne di morire. 
Si ostina a vivere con i suoi morti 
a vivere dei suoi morti 
a vivere della certezza della sua morte 
perfino a sistemare i suoi morti su letti e scaffali pericolanti. 
Lasciami venire con te. 

Qui, per quanto piano io cammini nel fiato della sera, 
in pantofole o scalza, 
qualcosa scricchiola – s’incrina un vetro o uno specchio, 
si odono passi – non sono i miei. 
Fuori, per strada, può darsi che non si odano questi passi –
il pentimento, dicono, porta scarpe di legno –
e se fai per guardare in questo specchio o in quello, 
dietro la polvere e le incrinature, 
scorgi piú opaco e frantumato il tuo viso, 
il tuo viso: non chiedesti altro alla vita che di conservarlo integro e puro. 

L’orlo del bicchiere riluce al chiaro di luna 
come un rasoio circolare – come portarlo alle labbra, 
pur cosí assetata? – Come? – Vedi? 
Ho ancora voglia di similitudini, – mi è rimasto questo, 
questo mi rassicura ancora che ci sono. 
Lasciami venire con te. 

A volte, quando fa sera, ho la sensazione 
che fuori delle finestre passi l’ambulante con la sua vecchia orsa pesante 
dal pelo pieno di lappole e di spine  
sollevando polvere sulla strada del quartiere
una nube solitaria di polvere che incensa il crepuscolo, 
e i bambini sono tornati alle loro case per la cena e non li lasciano piú uscire 
benché dietro i muri loro indovinino i passi della vecchia orsa –
e l’orsa stanca incede nella saggezza della sua solitudine, senza un dove e un perché –
si è appesantita, non riesce piú a ballare sulle zampe posteriori
non riesce a portare la cuffia merlettata per far divertire i bambini, gli sfaccendati, gli esigenti, 
vuole solo stendersi a terra 
lasciando che le calpestino il ventre, giocando cosí il suo ultimo gioco,
mostrando la sua tremenda forza di rinuncia, 
la sua disobbedienza agli interessi altrui, agli anelli nelle labbra, alla necessità dei denti, 
la sua disobbedienza al dolore e alla vita 
con l’alleanza certa della morte – foss’anche di una morte lenta –
la sua estrema disobbedienza alla morte con la continuità e la cognizione della vita 
che con la conoscenza e l’azione sale al di sopra della sua schiavitú. 

Ma chi può giocare fino alla fine questo gioco? 
E l’orsa si rialza e cammina 
obbediente al suo laccio, agli anelli, ai denti, 
sorridendo con le labbra lacere alle monete dei bambini belli e privi di sospetto 
(belli proprio perché privi di sospetto) 
e dicendo grazie. Perché gli orsi invecchiati 
hanno solo imparato a dire: grazie, grazie. 
Lasciami venire con te. 

Questa casa mi soffoca. Anzi la cucina 
è come il fondo del mare. I bricchi appesi brillano 
come grossi occhi tondi di incredibili pesci, 
i piatti si muovono lenti come meduse, 
alghe e conchiglie mi si impigliano tra i capelli – non riesco piú a staccarle, 
non riesco a risalire in superficie –
il vassoio mi cade di mano senza rumore – mi accascio 
vedo salire, salire le bolle del mio respiro,
tento di svagarmi guardandole 
e mi chiedo cosa direbbe chi dall’alto vedesse queste bolle, 
forse che qualcuno annega, o che un sommozzatore esplora gli abissi? 

E davvero, non di rado scopro lí, nel fondo dove annego, 
coralli e perle e tesori di navi naufragate, 
incontri imprevedibili, di ieri, di oggi e del futuro, 
quasi una conferma di eternità, 
un certo sollievo, un certo sorriso di immortalità, come si dice, 
una felicità, un’ebbrezza, perfino un entusiasmo, 
coralli, perle e zaffiri; 
solo che non so donarli – no, li dono; 
solo che non so se loro possono prenderli – comunque io li dono. 
Lasciami venire con te. 

Un momento, che prendo la maglia. 
Con questo tempo instabile, per quanto, dobbiamo premunirci. 
C’è umidità la sera, e la luna 
non ti pare, davvero, che faccia aumentare il fresco? 

Lascia che ti abbottoni la camicia – che petto forte hai, 
 – che luna forte – la poltrona, dico – e quando sollevo la tazzina dal tavolo 
resta sotto un foro di silenzio, ci metto subito la mano 
per non guardare dentro – rimetto a posto la tazzina; 
anche la luna è un foro nel cranio del mondo – non guardarci dentro, 
è una forza magnetica che attira – non guardare, non guardate, 
date retta a quello che vi dico – ci cadrete dentro. Questa bella vertigine, 
leggera – attento, cadi  –
è un pozzo di marmo la luna, 
si muovono ombre, ali mute, voci misteriose – non le udite? 

Profonda la caduta, 
profonda la risalita, 
l’aerea statua tesa tra le sue ali aperte, 
profonda la carità implacabile del silenzio –
luci tremule sull’altra riva, mentre oscilli sulla tua stessa fionda, 
respiro dell’oceano. Leggerissima, bella 
questa vertigine – sta’ attento che cadi. Non guardare me, 
il mio posto è l’oscillazione – la stupenda vertigine. Cosí ogni sera 
ho un po’ di mal di testa, certi capogiri. 

Spesso faccio un salto alla farmacia di fronte per qualche aspirina, 
a volte non mi va e resto con il  mal di testa 
a sentire il rumore sordo dei tubi dell’acqua dentro i muri, 
o mi faccio un caffè; sempre distratta 
e smemorata, ne preparo due – chi berrà il secondo? –
buffo davvero, lo lascio sul davanzale a raffreddarsi, 
o a volte bevo anche l’altro, guardando dalla finestra la lampadina verde della farmacia 
come la luce verde di un treno silenzioso che mi viene a prendere 
con i miei fazzoletti, le mie scarpe sformate, la mia borsa nera, le mie poesie, 
senz’alcuna valigia – per farne che? 
Lasciami venire con te. 

Ah, te ne vai? Buonanotte. No, non vengo. Buonanotte.
Tra poco esco. Grazie. Perché infine bisognerà
che esca da questa casa in rovina.
Devo vedere un po’ di città – no, non la luna –
la città con le sue mani callose, la città del salario quotidiano,
la città che giura sul pane e sul pugno,
la città che ci regge tutti sulle spalle 
con le nostre meschinità,  cattiverie, inimicizie,
con le nostre ambizioni, la nostra ignoranza e la vecchiaia,
devo sentire i grandi passi della città,
per non sentire piú i tuoi passi
né i passi di Dio, né i miei passi. Buonanotte.

(La stanza si fa buia. Si vede che una nube ha coperto la luna. D’un tratto, come se qualcuno avesse alzato il volume della radio del bar vicino, si ode una frase musicale molto nota. Allora mi sono reso conto che tutta questa scena era stata accompagnata a basso volume dalla Sonata al chiaro di luna, solo la prima parte. Ora il Giovane starà scendendo con un sorriso ironico, forse di commiserazione, sulle labbra ben disegnate, e con un senso di liberazione. Quando sarà arrivato a San Nicola, prima di scendere la scala di marmo, riderà − un riso forte, irrefrenabile. La sua risata non suonerà affatto sconveniente sotto la luna. Forse l’unica cosa sconveniente è che non c’è nulla di sconveniente. Poco dopo il Giovane tacerà, si farà serio e dirà: “La decadenza di un’epoca.” Cosí, ormai completamente tranquillo, si sbottonerà di nuovo la camicia  e andrà per la sua strada. Quanto alla Donna in Nero, non so se sia infine uscita di casa. Il chiaro di luna splende ancora. E negli angoli della stanza le ombre si stringono per un’incontenibile contrizione, quasi un’ira, non tanto per la vita, quanto per l’inutile confessione. Lo sentite? La radio continua):
La sonata al chiaro di luna 2

Ghiannis Ritsos

Atene, giugno 1956

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da “Quarta dimensione”, Crocetti Editore, 2013

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