Abbandoni – Maurizio Cucchi

Foto di Josef Sudek

Foto di Josef Sudek

 

Un cappello chiaro, un panama
elegante appeso su una giacca
stropicciata di lino beige
è il primo avvio, l’immagine
primaria di un felice abbandono.
Felice?

Segue, poi, nel giardino dei gatti,
la sedia a dondolo di vimini
consunta, scolorita, sbucciata,
in mezzo all’erba e alle lumache.
Sedile solitario e appoggio
rapido per merli e tortore.

È bene che ogni cosa venga a noi
nella pienezza fisica della sua natura
come lenta conquista frugale.
Come conquista frugale.

∗∗∗

Eppure Jarl, discendente di eroi e di re, era un marinaio solitario e senza amici, fedele alle sue origini soltanto per quella sua vita marinara. Ma così è, e sarà sempre così. […] Abbiamo tutti come antenati monarchi e saggi, anzi, angeli e arcangeli come cugini, perché nei giorni antidiluviani i figli di Dio si sono uniti con le nostre madri, le affascinanti figlie di Eva. Così tutte le generazioni si fondono
                                        Herman Melville

(Sono talmente infisso nel passato che la mia ansia arretra fino al buio senza memoria. Risalgo così a quel flusso ininterrotto di moltitudini, e di invisibili emergenze catalogate poi nell’enfasi della storia. Scavo a ritroso, sono una talpa, io stesso l’esito di un’alchimia infinita e di infinite sequenze di informazioni secolari. Scendo a vite come nel legno, piano piano e paziente, ma regolarmente.)

Il mondo aveva muri
corrosi, sudici e sfrisati,
sbucciati in graffi dalle mani
e dai panni dell’uomo, percorsi,
verso una lentissima estinzione,
da minimi abitatori,
metamateria muta,
come i bellissimi poggioli,
i fregi e i tabernacoli.

Niente era asettico, traslucido
di vacuità, inodore e vanamente
laccato, leccato, come qui.

E io mi infilo,
mi insinuo zampettando
per leggere e indagare, eterna,
l’umiltà dei secoli.

∗∗∗

   Manitou Group

Noi animali amiamo
spargere tracce del nostro
irrilevante passaggio, imprimere
il nostro odore, marcare, appunto,
il territorio di gestione. Carrelli
elevatori e telescopici, taniche
gialle, assi e lamiere, ganci, attrezzi
di metallo, lattine, stracci
in mostra sotto la tettoia, sotto
le arcate della biblioteca
e d’improvviso, come una beffa,
la scritta rossa sulla macchina,
nome del grande spirito,
nostra invenzione manichea,
patetica ed eroica.

∗∗∗

Il y eut un temps, un long temps, où les hommes et les femmes ne laissaient sur la terre que des excréments, du gaz carbonique, un peu d’eau, quelques images et l’empreinte de leurs pieds.
                                          Pascal Quignard

Tracce sensibili sparse
di lavoro dell’umana specie
così nobilmente anonimo,
così indifeso e polveroso.

Noi animali amiamo poi
concederci un riposo, godere
momenti di ricreazione sospesa,
momenti di serenità contemplativa,
così, in abbandono negligente,
prima che torni a masticarci l’ombra
di un già avvenuto distacco.

∗∗∗

Oltre la rete e il gelsomino,
sterpaglie nere e sassi sparsi,
ciuffi d’erbaccia e un grande vaso
vuoto, nell’incuria domestica
e nel disordine pacifico, ordinario,
nell’abbandono degli assenti.
Il tavolino sporco, le sedie
da cucina, i resti della tortora
sbranata viva, le sue piume.

Così era stato il giorno
di vacanza, prima dell’insinuarsi
improvviso come un richiamo
che ti dà i brividi nella schiena di notte,
e ti risveglia, un richiamo che è
memoria della morte.

∗∗∗

Non so perché rimango fermo,
attratto da queste placide immagini
multiple di micromondi in abbandono,
senza presenza umana, dove ogni cosa,
ogni dettaglio è oggetto, è specchio,
specchio di noi, del nostro
esserci, del nostro transito ignoto,
gioioso sforzo o lamento. Intanto

mando a memoria tra armonia e disagio
queste parole del cosmologo lucente
tra buio e spazio: «Noi siamo solo
una varietà evoluta di scimmie
su un pianeta secondario di una stella
insignificante. Ma siamo in grado
di capire l’universo, e questo
ci rende molto, molto speciali».

Maurizio Cucchi

da “Malaspina”, “Lo Specchio” Mondadori, 2013

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