Adios, Carenage – Derek Walcott

Foto di Josef Hoflehner

Foto di Josef Hoflehner

 

da «La goletta Flight»

1. Adios, Carenage

Nel pigro agosto, quando il mare è liscio
e foglie d’isole brune s’incollano all’orlo
di questo mare dei Caraibi, io spengo la luce
sul volto senza sogni di Maria Concepción
per imbarcarmi marinaio sulla goletta Flight.
Fuori, nel cortile che diventava grigio nell’alba,
ero pietrificato, e nient’altro si muoveva
tranne il mare freddo, increspato come zinco,
e i fori dei chiodi delle stelle nel tetto del cielo,
fino a che un vento s’infilò tra gli alberi.
Incontro la mia stupida vicina che scopava il cortile,
mentre scendevo al porto, e dissi più o meno:
« Fa’ piano, strega, lei ha il sonno leggero, »
ma la puttana mi guarda da parte a parte come fossi morto.
Si ferma un taxi, le luci di parcheggio ancora accese.
Il taxista misura il mio bagaglio con un ghigno:
« Stavolta, Shabine, te ne vai sul serio! ».
Non rispondo a quell’asino, mi butto
sul sedile di dietro e guardo il cielo ardere
sopra Laventille, rosa come la camicia
in cui dormiva la donna che stavo lasciando,
e guardo nel retrovisore e vedo un uomo
identico a me, e quell’uomo piangeva
per le case, le strade, tutta l’isola fottuta.
Cristo abbia pietà di tutte le cose che dormono!
Da quel cane che sta marcendo giù in Wrightson Road
a quando io ero un cane in queste strade;
se amare queste isole è il mio carico,
per troppa corruzione l’anima mia s’invola.
Ma  hanno cominciato a avvelenarmela
con la loro grande casa, grande auto, gran marciume,
coolie, negro, siriano e creolo francese,
così gli lascio tutto, a loro e al loro carnevale —
mi faccio un bagno in mare, me ne vado.
Conosco queste isole da Monos a Nassau,
marinaio con la testa ruggine e occhi verde-mare
che chiamano Shabine, il soprannome patois
per ogni negro rosso; e io, Shabine, ho visto
questi bassifondi d’impero quando erano paradiso.
Io sono solamente un negro rosso che ama il mare,
ho avuto una buona istruzione coloniale,
ho in me dell’olandese, del negro e dell’inglese,
sono nessuno, o sono una nazione.

Ma Maria Concepción era ogni mio pensiero
mentre guardavo il mare che saliva e scendeva
e il fianco sinistro di canotti, golette e yacht
veniva ridipinto dalle pennellate del sole
che in ogni riflesso scriveva il suo nome;
sapevo, quando la sera dai capelli scuri indossava
la sua seta splendente nel tramonto e, ripiegando il mare,
s’infilava sotto il lenzuolo col suo riso stellato,
che non ci sarebbe stata pace, non oblio.
È come parlare a gente in lutto, attorno alla tomba,
della resurrezione, perché loro rivogliono il defunto;
così sorrido a me stesso mentre la cima di prua è sciolta
e la Flight si volge al mare aperto: « Inutile ripetere
che il mare ha più pesce. Io non la voglio
vestita nella luce senza sesso di un serafino,
voglio quegli occhi tondi, castani, da uistitì,
e fino a quando potrò sdraiarmi e ridere,
quegli artigli che mi solleticavano la schiena nei sudati
pomeriggi domenicali, come un granchio sulla sabbia umida ».
Durante il lavoro, gli occhi fissi alle onde putrescenti
in corsa oltre la prua che sforbicia il mare come seta,
io  giuro a tutti voi, sul latte di mia madre
e sulle stelle che voleranno dalla fornace di questa notte,
che li ho amati, i miei figli, mia moglie, la mia casa;
li ho amati come i poeti amano la poesia
che li uccide, come i marinai annegati amano il mare.

Vi è mai successo di guardare da una spiaggia deserta
e vedere lontano una goletta? Be’, mentre scrivo
questo poema, ogni frase s’intriderà di sale;
io traccio e annodo ogni verso così stretto
come le cime di questo sartiame; in semplici parole
sia il mio linguaggio elementare il vento,
e le mie pagine le vele della goletta Flight.
Ma lasciate che racconti come ha inizio la storia.

[…]

Derek Walcott

(Traduzione di Roberto Mussapi)

da “Derek Walcott, Mappa del Nuovo Mondo”, Adelphi Edizioni, 1992

***

da «The Schooner Flight»

1. Adios, Carenage

In idle August, while the sea soft,
and leaves of brown islands stick to the rim
of this Caribbean, I blow out the light
by the dreamless face of Maria Concepcion
to ship as a seaman on the schooner Flight.
Out in the yard turning gray in the dawn,
I stood like a stone and nothing else move
but the cold sea rippling like galvanize
and the nail holes of stars in the sky roof,
till a wind start to interfere with the trees.
I pass me dry neighbor sweeping she yard
as I went downhill, and I nearly said:
“Sweep soft, you witch, ’cause she don’t sleep hard,”
but the bitch look through me like I was dead.
A route taxi pull up, park-lights still on.
The driver size up my bags with a grin:
“This time, Shabine, like you really gone!”
I ain’t answer the ass, I simply pile in
the back seat and watch the sky burn
above Laventille pink as the gown
in which the woman I left was sleeping,
and I look in the rearview and see a man
exactly like me, and the man was weeping
for the houses, the streets, that whole fucking island.
Christ have mercy on all sleeping things!
From that dog rotting down Wrightson Road
to when I was a dog on these streets;
if loving these islands must be my load,
out of corruption my soul takes wings.
But they had started to poison my soul
with their big house, big car, big-time bohbohl,
coolie, nigger, Syrian, and French Creole,
so I leave it for them and their carnival—
I taking a sea bath, I gone down the road.
I know these islands from Monos to Nassau,
a rusty head sailor with sea-green eyes
that they nickname Shabine, the patois for
any red nigger, and I, Shabine, saw
when these slums of empire was paradise.
I’m just a red nigger who love the sea,
I had a sound colonial education,
I have Dutch, nigger, and English in me,
and either I’m nobody, or I’m a nation.

But Maria Concepcion was all my thought
watching the sea heaving up and down
as the port side of dories, schooners, and yachts
was painted afresh by the strokes of the sun
signing her name with every reflection;
I knew when dark-haired evening put on
her bright silk at sunset, and, folding the sea,
sidled under the sheet with her starry laugh,
that there’d be no rest, there’d be no forgetting.
Is like telling mourners round the graveside
about resurrection, they want the dead back,
so I smile to myself as the bow rope untied
and the Flight swing seaward: “Is no use repeating
that the sea have more fish. I ain’t want her
dressed in the sexless light of a seraph,
I want those round brown eyes like a marmoset, and
till the day when I can lean back and laugh,
those claws that tickled my back on sweating
Sunday afternoons, like a crab on wet sand.”
As I worked, watching the rotting waves come
past the bow that scissor the sea like silk,
I swear to you all, by my mother’s milk,
by the stars that shall fly from tonight’s furnace,
that I loved them, my children, my wife, my home;
I loved them as poets love the poetry
that kills them, as drowned sailors the sea.

You ever look up from some lonely beach
and see a far schooner? Well, when I write
this poem, each phrase go be soaked in salt;
I go draw and knot every line as tight
as ropes in this rigging; in simple speech
my common language go be the wind,
my pages the sails of the schooner Flight.
But let me tell you how this business begin.

[…]

Derek Walcott

da “Collected Poems 1948-1984”, London-Boston, Faber & Faber, 1992

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